C’è un momento in cui l’emergenza smette di essere un evento straordinario e diventa sistema. È ciò che sta accadendo al Pronto Soccorso dell’ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino, oggi simbolo di una sanità campana incapace di programmare, prevenire e assumersi responsabilità. Il sovraffollamento non è un fatto episodico, né il risultato di un’improvvisa ondata influenzale. È una condizione strutturale, reiterata, denunciata da tempo da operatori sanitari, sindacati e cittadini, eppure ignorata o minimizzata da chi governa la sanità regionale.
Un pronto soccorso al limite della sostenibilità
Decine di pazienti in attesa sulle barelle, corridoi trasformati in aree di degenza improprie, tempi di attesa incompatibili con il concetto stesso di emergenza. Medici e infermieri lavorano sotto una pressione costante, in condizioni che mettono a rischio non solo la qualità delle cure, ma anche la sicurezza di pazienti e operatori. Il Pronto Soccorso del Moscati è il principale presidio di emergenza per un territorio vasto e complesso come l’Irpinia. Eppure continua a operare con organici insufficienti, posti letto ridotti e una rete territoriale che non filtra gli accessi, scaricando tutto sull’ospedale. Questo non è destino. È mala programmazione.
La sanità campana e la responsabilità che manca
La Regione Campania non può più nascondersi dietro l’alibi della “crisi nazionale”. Se è vero che il sistema sanitario italiano attraversa difficoltà diffuse, è altrettanto vero che in Campania alcune criticità sono state accentuate da scelte politiche precise: tagli, ritardi, accentramenti e una medicina territoriale rimasta troppo spesso sulla carta. Il risultato è un pronto soccorso usato come porta unica di accesso al sistema sanitario, perché mancano alternative credibili: case della comunità operative, assistenza domiciliare efficace, continuità assistenziale reale. Quando tutto questo non funziona, il pronto soccorso esplode. Ed è esattamente ciò che sta accadendo ad Avellino.
I costi umani di un sistema inefficiente
A pagare il prezzo più alto sono sempre gli stessi:
- i cittadini, privati del diritto a cure tempestive;
- gli operatori sanitari, lasciati soli a gestire una pressione insostenibile;
- un intero territorio, che vede progressivamente erodersi la fiducia nelle istituzioni pubbliche.
Le tensioni, le proteste e persino gli episodi di aggressione non sono altro che la manifestazione estrema di un disagio ignorato troppo a lungo. Non bastano più le parole. Non servono dichiarazioni rassicuranti, né tavoli tecnici convocati a emergenza già esplosa. Serve una scelta politica chiara: investire davvero nella sanità pubblica, partendo dalle emergenze e dalla dignità del lavoro sanitario. Assunzioni strutturali, riorganizzazione dei percorsi, potenziamento della medicina territoriale e assunzione di responsabilità istituzionali non sono più opzioni: sono obblighi. Continuare a ignorare il collasso del Pronto Soccorso di Avellino significa accettare che il disagio diventi normalità. E questa, per una sanità che dovrebbe tutelare i più fragili, è una responsabilità che pesa — e peserà — su chi governa oggi.
di Mat. Lib.
