di Ignazio Catauro – Segue, puntuale come una clausola contrattuale, la retromarcia: non era un giudizio sugli elettori, ma “un problema per la sinistra”. Ecco, è proprio nella toppa che si scopre il buco, perché nessuno corregge il tiro su un pensiero che non ha mai avuto in origine. Si corregge solo ciò che, detto per la prima volta, era vero abbastanza da dover essere poi ammorbidito. Non serve la dietrologia per leggere cosa sia realmente accaduto in quei pochi secondi di sincerità involontaria. Basta prendere sul serio uno strumento nato non per la polemica politica ma per l’analisi del linguaggio quotidiano, ovvero il Meta-Modello della PNL, sviluppato da Richard Bandler e John Grinder negli anni Settanta a partire dal lavoro dei grandi terapeuti familiari e ipnotisti, che parte da un presupposto tanto semplice quanto devastante quando applicato alla politica: ogni frase che pronunciamo è una mappa ridotta di un’esperienza molto più ricca, e nel processo di riduzione, che i due autori chiamano cancellazione, generalizzazione e distorsione, si nasconde sempre più informazione di quanta se ne dichiari. Chi ascolta con attenzione non deve indovinare cosa pensi davvero l’interlocutore; piuttosot deve restituire alla frase tutto ciò che la frase stessa ha tolto, ponendo le domande che la sintassi ha reso superflue. Ed è esattamente l’esercizio che vale la pena fare, frase per frase, su quelle parole di Bonaccini. Cominciamo dalla generalizzazione universale, la più facile da individuare e la più pesante nelle conseguenze. “È il voto di chi ha studiato poco” non è formulato come un dato statistico onestamente circoscritto, “una quota maggioritaria, se scorporiamo il voto per titolo di studio”, ma come una legge quasi antropologica, priva di quantificatori, di margini di errore, di eccezioni. Il Meta-Modello insegna a interrogare ogni generalizzazione con la domanda più semplice e più scomoda che esista: tutti? sempre? rispetto a cosa, esattamente? Ed è significativo che sia stato lo stesso Bonaccini, nella versione corretta e negoziata con l’ufficio stampa, ad ammettere che esistono “plurilaureati che votano la Lega, Fratelli d’Italia o Vannacci”; una precisazione che nella prima formulazione, quella spontanea e non filtrata, semplicemente non serviva. E qui emerge un principio che vale per ogni analisi del linguaggio spontaneo, non solo per questo caso: il discorso non premeditato è quasi sempre più rivelatore di quello negoziato in un secondo momento con collaboratori, portavoce e strateghi della comunicazione, perché è il discorso costruito ex post a portare le tracce evidenti del lavoro di editing, mentre quello di getto porta le tracce, molto più interessanti, della struttura di pensiero che lo ha generato. C’è poi il livello, più sottile, del rapporto di causa-effetto che la frase presuppone senza mai dichiararlo esplicitamente. “Poco studio” e “voto sbagliato” non vengono accostati come due variabili correlate da un fenomeno terzo, la desertificazione industriale, la crisi della rappresentanza, la sfiducia nelle istituzioni, ma come causa ed effetto diretti, quasi un rapporto diagnostico: manca l’istruzione, dunque si sceglie male. Il Meta-Modello chiama questa operazione “causa-effetto” o, nella sua forma più radicale, “lettura del pensiero mascherata da spiegazione oggettiva”. E la distingue nettamente da un’altra possibile formulazione, molto più onesta ma mai pronunciata: “chi ha meno opportunità di istruzione è più esposto a un linguaggio politico semplificato che intercetta bisogni reali e trascurati”. La differenza tra le due frasi non è stilistica, è concettuale, perché nella prima l’elettore è un soggetto mancante, difettoso, da correggere; diversamente, nella seconda è un soggetto razionale che risponde, in modo comprensibile, a uno stimolo reale che qualcun altro ha smesso di offrirgli. Il punto più interessante, però, è quello che il Meta-Modello chiama indice referenziale non specificato, e cioè l’assenza di un riferimento chiaro a chi parla, rispetto a cosa, con quale metro di paragone. Chi ha “studiato poco”, esattamente? Rispetto a chi? Studiato dove, cosa, quanto, e soprattutto chi stabilisce che quella soglia di istruzione sia la soglia corretta per orientarsi “bene” nel voto? È qui che si annida la vera credenza, perché le omissioni linguistiche non sono mai casuali, al contrario, sono il punto esatto in cui il parlante smette di argomentare perché dà per scontato che l’ascoltatore condivida già la premessa. E la premessa data per scontata, in questo caso, è enorme: nella frase di Bonaccini non c’è alcuno spazio per l’ipotesi che la classe operaia abbia semplicemente valutato, in modo razionale e informato, un’offerta politica e l’abbia trovata più credibile di un’altra. L’unica causa ammessa per il “voto sbagliato” è un deficit, cognitivo, informativo, culturale, mai una scelta legittima nata da un calcolo di interesse o da un giudizio politico maturo. Ed è proprio questa omissione, più della frase in sé, a rivelare l’impianto valoriale sottostante, e si tratta non di un episodio isolato, fatto di goffaggine comunicativa, ma la superficie visibile di una cornice concettuale molto più stabile e radicata. Infine c’è la presupposizione identitaria, forse la più elegante perché sopravvive intatta anche dopo la correzione ufficiale. Quando Bonaccini riformula la frase come “un problema per la sinistra”, il contenuto esplicito cambia ma la cornice di fondo resta intatta: la sinistra dovrebbe “rappresentare” i meno istruiti, come se fossero un soggetto da tutelare dall’alto più che un elettorato da conquistare con argomenti migliori e proposte più credibili. È paternalismo travestito da afflato sociale, ed è la differenza sottile ma decisiva tra dire “sto con te” e dire “parlo per te perché tu, evidentemente, non hai gli strumenti per capire bene cosa vuoi”. Da qui si apre naturalmente una lettura più ampia, di taglio antropologico, sul modo in cui è cambiato il posto dell’operaio nella retorica della sinistra italiana ed europea. Fino a pochi decenni fa l’operaio era soggetto storico, portatore di una coscienza di classe, protagonista dichiarato del cambiamento, colui che parla e agisce nella Storia con la S maiuscola. Oggi, nello stesso lessico, l’operaio che non vota più a sinistra diventa oggetto di analisi sociologica, qualcosa da spiegare, quasi da compatire, mai più qualcuno che parla in prima persona. Non è più chi parla, è chi viene parlato addosso. Questo scivolamento, da attore a caso studio, è forse l’autopsia più eloquente di un rapporto che si è progressivamente rovesciato: non è tanto il ceto popolare ad essersi allontanato dalla sinistra per un difetto di istruzione, quanto la rappresentanza politica di sinistra ad essersi spostata, quartiere dopo quartiere e congresso dopo congresso, verso i linguaggi, le priorità e i codici culturali di un ceto medio-riflessivo urbano, per poi faticare a riconoscere nell’operaio di ieri l’elettore di oggi, e finire per descriverlo, quando lo incontra ancora nei sondaggi, come un problema da diagnosticare piuttosto che come un interlocutore da ascoltare. E qui vale la pena allargare lo sguardo, perché lo schema retorico che Bonaccini ripete con tanta naturalezza non è affatto un’esclusiva italiana, e anzi lui stesso, va detto a suo merito, individua correttamente il perimetro internazionale del fenomeno: Trump, la Brexit, l’AfD tedesca, Le Pen, Meloni. Nel Regno Unito, dopo il referendum sulla Brexit, gli elettori del Leave nelle cosiddette Red Wall seats del nord industriale sono stati descritti a lungo, da settori del Labour e da larga parte della stampa progressista, come vittime di disinformazione, come un “left behind” da compatire più che da ascoltare con attenzione politica. In Francia, il voto a Le Pen nelle zone rurali e periurbane è stato per anni interpretato attraverso la categoria della “France périphérique” elaborata dal geografo Christophe Guilluy, una categoria usata più per spiegare paternalisticamente un comportamento elettorale che per costringere la sinistra intellettuale francese a interrogarsi sulle proprie responsabilità dirette nella desertificazione industriale di quelle stesse aree. In Germania, il successo dell’AfD nei Länder orientali è stato spesso raccontato, nel discorso mediatico e in una parte della SPD, come un voto di protesta di chi non capisce bene i propri interessi economici, piuttosto che come il sintomo di diseguaglianze reali, mai davvero risolte, ereditate dalla riunificazione. E negli Stati Uniti, il precedente più diretto e più citato resta naturalmente quello di Hillary Clinton e dei celebri “deplorables”, l’espressione che nel 2016 ha fissato quasi alla lettera il canone linguistico che Bonaccini, forse inconsapevolmente, ripete oggi a distanza di nove anni. Il pattern, spogliato dalle differenze nazionali, è sempre lo stesso, ovvero la sconfitta elettorale viene riletta come un deficit cognitivo dell’elettorato, quasi mai come un fallimento della proposta politica offerta. È l’equivalente, in politica, del medico che, di fronte a un paziente che rifiuta la cura prescritta, conclude che il paziente è irrimediabilmente ignorante invece di chiedersi, prima di tutto, se forse quella cura fa semplicemente male, o se il paziente ha già sperimentato sulla propria pelle effetti collaterali che il medico preferisce non vedere. C’è, in tutto questo, anche una componente involontariamente comica, che merita di essere segnalata senza troppa pietà. Un partito che si definisce ossessionato dal tema della disuguaglianza sociale finisce, nel proprio linguaggio implicito e non sorvegliato, per costruire una gerarchia epistemica quasi speculare a quella che dice di voler abbattere: chi possiede un titolo di studio elevato “capisce” la complessità del mondo e vota di conseguenza, chi non lo possiede “ascolta la pancia”. È una piramide sociale che assomiglia sospettosamente a quella contro cui la sinistra storicamente si è definita, solo capovolta nei criteri, non è più il censo a stabilire chi ha diritto di parola, ma il diploma; non più la nobiltà di sangue, ma la nobiltà accademica. E Giorgia Meloni, va detto senza sconti neppure per lei, ha buon gioco a cavalcare l’assist perfetto che le viene offerto: la sua risposta, “noi non chiediamo i titoli di studio agli italiani prima di ascoltarli”, è a sua volta populismo da manuale, altrettanto semplificatoria, ma efficace, nella costruzione retorica di un “noi rispettiamo, loro disprezzano” che riduce un problema complesso a uno scontro di identità morali contrapposte.
