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Cristiani d’Oriente tra persecuzioni e oblio: un grido di dolore globale

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È una vertiginosa caduta nel baratro dell’indifferenza quella che vivono le Chiese cristiane d’Oriente, un fenomeno che non trova la ribalta nei media occidentali nonostante la gravità e la frequenza degli episodi che ne segnano la difficile realtà quotidiana. Ne ha parlato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, in un convegno a Montecitorio, ponendo l’accento su una tragedia che continua a consumarsi, troppo spesso nell’ombra.

Le regioni storiche abitate da comunità cristiane, da tempo immemorabile testimoni di pluralità e scambio culturale, sono state stravolte dalle dinamiche violente del terrorismo e da conflitti di matrice etnica e confessionale. Gruppi come l’ISIS hanno contribuito a radicare un clima di terrore e persecuzione, minando profondamente la possibilità per questi gruppi di persistere nell’espressione della propria fede e nell’esistenza collettiva.

La mappatura del dolore sembra estendersi ben oltre i confini del Medio Oriente: dal continente africano fino ad alcune aree dell’America Latina, oltre 300 milioni di fedeli subiscono forme di discriminazione e persecuzione. La recente uccisione di quattro monaci cristiani in Etiopia è solo l’ultimo dei tristi episodi che rinnovano il senso di urgenza davanti a una crisi sottovalutata.

La pressione esercitata su tali comunità non ha soltanto manifestazioni violente: essa include marginazione sociale, limitazioni legali all’esercizio del culto e mancanza di protezione istituzionale.

L’appello di Fontana mira a spostare l’attenzione su questi fatti cruenti, stimolando un’opinione pubblica globale troppo spesso distratta e distaccata. È un chiaro sollecito ai governi e alle organizzazioni internazionali affinché prendano posizione in difesa della libertà religiosa, inserendola nell’agenda politica come tema di primaria importanza.

Il coinvolgimento italiano, così come l’impegno europeo e internazionale, è invocato per tradursi in azioni concrete, nell’affermazione di principi e nell’implementazione di politiche che garantiscano una reale protezione delle minoranze cristiane nelle loro terre di origine. Si pone l’accento sul fatto che la libertà religiosa deve essere considerata un diritto fondamentale e inalienabile, parte integrante di quel patrimonio di diritti civili e umani il cui rispetto condiziona il giudizio su civiltà e progresso.

Una lotta, dunque, che va oltre la difesa di un credo specifico e si configura come baluardo dei principi di tolleranza e coesistenza pacifica in contesti multietnici e multireligiosi, così come testimoniato dalla storia millenaria delle Chiese d’Oriente. Ecco perché il loro grido di dolore è anche un monito a non dimenticare il valore della diversità e la ricchezza che essa apporta alle società umane, quando è rispettata e tutelata.

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