Mentre in Italia prende il via la nuova campagna commerciale del grano duro tra incertezze e quotazioni ancora sotto pressione, la Turchia sceglie una strada opposta, intervenendo direttamente sul mercato per garantire un reddito minimo ai propri produttori. Secondo l’Osservatorio sulle crisi del Centro Doc di Altragricoltura, il governo turco ha fissato per il raccolto 2026 un prezzo di acquisto base di 16.500 lire turche per tonnellata attraverso il TMO, l’ente pubblico che gestisce il mercato cerealicolo nazionale. A questo si aggiungono incentivi legati alla produzione pianificata e all’utilizzo di sementi certificate, che portano il ricavo complessivo per gli agricoltori a 19.514 lire turche per tonnellata, pari a circa 366 euro. Un valore che supera sensibilmente le quotazioni registrate nelle principali piazze italiane e che, secondo Altragricoltura, evidenzia la differenza tra due modelli agricoli profondamente diversi. Da una parte la Turchia considera il grano una produzione strategica e interviene direttamente sul prezzo; dall’altra l’Unione Europea continua a sostenere il reddito agricolo principalmente attraverso la Politica Agricola Comune, lasciando però che il valore del prodotto venga determinato dal mercato. Per i cerealicoltori italiani il problema non riguarda soltanto la concorrenza internazionale, ma le diverse condizioni con cui le aziende agricole sono chiamate a competere. Costi energetici elevati, maggiori vincoli normativi e ambientali e l’assenza di strumenti efficaci di tutela del prezzo finiscono per comprimere la redditività delle imprese. Nel documento viene inoltre richiamata l’attenzione sul programma ADAPT, finanziato dall’Unione Europea con circa 70 milioni di euro e destinato al rafforzamento dell’agricoltura e della pesca artigianale in Tunisia. Una parte del progetto, denominata “ADAPT Cereali”, sostiene specificamente la filiera cerealicola tunisina e la diffusione di pratiche produttive più sostenibili. Secondo Altragricoltura, questa scelta alimenta il dibattito sull’opportunità di investire maggiormente nella tutela delle produzioni agricole europee, soprattutto in una fase in cui gli agricoltori dell’Unione devono affrontare gli effetti della crisi climatica e una crescente volatilità dei mercati. A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce il peso della Turchia nel mercato cerealicolo internazionale. Le stime USDA indicano per il 2026 una produzione di frumento vicina ai 22,8 milioni di tonnellate. Inoltre, il regime turco del Dahilde İşleme Rejimi (DIR) consente l’importazione di grano senza dazi destinato alla trasformazione e alla successiva esportazione, rafforzando ulteriormente la competitività dell’industria nazionale. Per l’organizzazione agricola il rischio è che la cerealicoltura italiana continui a subire le conseguenze di un mercato globale caratterizzato da forti squilibri competitivi, senza adeguati strumenti di tutela del reddito. Una questione che, alla vigilia della nuova raccolta, torna a interrogare il futuro di uno dei comparti più importanti dell’agricoltura italiana.
di Marco Iandolo
