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Il ribaltone che non fa rumore, il continente che cambia pelle senza cambiare bandiera

In IN EVIDENZA, OPINIONE
Settembre 25, 2026
Non è più l'estrema destra a sfondare il muro. È il centro che lo smonta pezzo per pezzo, con le proprie mani. L'Europa non sta assistendo all'ultima fiammata della destra radicale. Sta assistendo alla prova generale di un cambio di regime che nel 2027 diventerà definitivo.

di Ignazio Catauro –  C’è un modo comodo di raccontare quello che sta succedendo in Germania. Si dice, l’AfD è al 30%, la Cdu è crollata sotto il 5% in Meclemburgo-Pomerania, è un fatto grave ma passeggero, un picco di rabbia che prima o poi rifluirà, come già accadde nel 2019 quando l’onda nera fu annunciata dai giornali di mezza Europa e poi, alle urne, si sgonfiò. Tuttavia, questa volta ho l’impressione, mettendo in fila i numeri di quest’anno, che si non è esattamente la stessa cosa. E temo che gli sbagli non siano frutto di un semplice dettaglio, ma per l’impianto stesso del ragionamento.  Comincio da un dettaglio che i sondaggi non raccontano, perché i sondaggi fotografano le intenzioni di voto, non il potere reale che si esercita ogni giorno nelle stanze dei governi. In Germania la Fdp, partito liberale, fino a poco tempo fa nella coalizione di governo, ha ammorbidito la propria posizione sul Green Deal europeo. Non per convinzione ideologica maturata in qualche congresso, ma per fermare l’emorragia di voti verso l’AfD. Ecco il punto che quasi nessuno vuole vedere, il ribaltone non aspetta le urne del 2027 per cominciare, è già in corso, per contagio, dentro i partiti che si dichiarano immuni al contagio stesso. A Bruxelles il governo ungherese ha condizionato per anni, con il solo potere del veto, il sostegno europeo a Kiev. Non ha bisogno di vincere un’elezione continentale per condizionare ventisei governi, gli basta essere seduto al tavolo giusto, nel momento giusto, con la pazienza di chi sa che il tempo lavora per lui.  Chi crede che tutto questo sia rumore di fondo dovrebbe leggere lo studio che due analisti dell’European Council on Foreign Relations, Simon Hix e Kevin Cunningham, hanno pubblicato per gli addetti ai lavori di Bruxelles. Non parlano più di una destra radicale isolata e minoritaria nel Parlamento europeo, ma ipotizzano, con i numeri alla mano, uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe stato liquidato come fantapolitica, una maggioranza che unisce popolari, conservatori ed estrema destra sotto lo stesso tetto legislativo. Quando un think tank istituzionale comincia a fare i conti su questa possibilità, non lo fa per allarmismo; lo fa perché il centro di gravità si è già spostato, ed è suo compito registrarlo prima che diventi cronaca.   Vale la pena fermarsi sui numeri complessivi, perché raccontano una traiettoria, non uno scatto isolato. Il progetto PopuList, che raccoglie il lavoro di oltre centocinquanta politologi in trentuno Paesi, misura oggi il consenso per i partiti di destra radicale in Europa oltre il 23%, un elettore su quattro, circa. Dieci anni fa era il 10%, a metà anni Novanta era il 5%. Non è la curva di un fenomeno di moda che sale e scende con l’umore dell’opinione pubblica, ma la curva di una sostituzione lenta, quasi geologica, del blocco di potere che ha governato il continente dal Dopoguerra. E chi studia questi numeri da tempo nota un altro dettaglio che merita attenzione, il voto di protesta, quello che un decennio fa si divideva tra estrema destra ed estrema sinistra, oggi si è concentrato quasi per intero a destra, non c’è più un’alternativa competitiva alla rabbia, c’è una sola direzione in cui la rabbia sfoga. Guardiamo Paese per Paese, perché il caso tedesco, da solo, potrebbe ancora essere raccontato come un’eccezione nazionale legata a fattori locali, la memoria della Ddr, la crisi industriale dell’Est. Ma la Germania non è sola. In Francia il Rassemblement National di Jordan Bardella oscilla tra il 32 e il 38%, più del doppio di qualsiasi partito che si richiami all’eredità di Macron. In Austria la Fpo è già primo partito, stabile tra il 27 e il 30%. Nei Paesi Bassi Geert Wilders ha portato il suo Pvv al primo posto, con trentasette seggi che pesano ogni giorno sui negoziati di governo. In Spagna Vox ha quasi raddoppiato il proprio consenso, arrivando al 17-18%, mentre il Partito Popolare valuta sempre più apertamente un’alleanza organica. In Polonia la Konfederacja viaggia tra il 13 e il 17%, in un Paese dove il presidente nazionalconservatore Nawrocki ha già vinto le elezioni presidenziali, indebolendo la coalizione europeista di Tusk. In Portogallo il Chega cresce di elezione in elezione. E in Italia, sulla destra di un governo già di centrodestra, Roberto Vannacci porta il suo Futuro Nazionale intorno all’8%, superando Forza Italia e insidiando la Lega dal fianco più radicale. Non sono episodi, sono lo stesso fenomeno fotografato in otto Paesi diversi, nello stesso mese, con la stessa direzione di marcia.   Chi vuole minimizzare punta sempre sulla congiuntura, la crisi economica passerà, i flussi migratori si stabilizzeranno, la rabbia si esaurirà da sola. Ma i dati che abbiamo raccolto raccontano l’esatto contrario. Uno studio dell’Università del Saarland su un decennio di rilevazioni, dal 2014 al 2024, stima che le preoccupazioni sull’immigrazione spieghino il sostegno all’AfD quasi dieci volte più del disagio economico reale o percepito. E qui arriva il punto che pochi commentatori hanno il coraggio di scrivere, l’immigrazione non è un flusso che si può fermare da un giorno all’altro con un decreto. È uno stock, un accumulo di quindici anni di storia europea, dalla crisi siriana del 2015 in avanti, che resta impresso nella percezione quotidiana degli elettori anche quando i nuovi arrivi calano. Si può rallentare un flusso, non si può disfare uno stock già radicato nelle città, nelle scuole, nei quartieri. Chi promette che tutto tornerà come prima sta vendendo un’illusione, e gli elettori, in fondo, lo sanno.   A questo si aggiunge un dato psicologico che vale più di mille analisi macroeconomiche, il 57% degli elettori dell’AfD pensa che i propri figli vivranno peggio di loro. Non è pessimismo congiunturale, quello che si dissolve con un trimestre di crescita del Pil, piuttosto la sensazione, diffusa e sedimentata, che il patto tra generazioni che ha retto l’Europa del Dopoguerra si sia rotto. E quando la sfiducia riguarda il futuro dei propri figli, non basta un dato Istat o una statistica Destatis a rassicurare, bisogna offrire un nemico, una spiegazione, una promessa di rottura; è esattamente ciò che la destra radicale, in ogni Paese europeo, offre con lo stesso linguaggio, tradotto in lingue diverse.  C’è poi un segnale che vale più di ogni sondaggio, ed è di natura simbolica prima ancora che politica. Angela Merkel, la donna che per sedici anni ha incarnato l’argine democristiano contro l’estrema destra, ha detto pubblicamente di non aver mai inventato lei il Brandmauer, il muro che porta il suo nome nell’immaginario collettivo tedesco ed europeo, ha persino invitato il proprio partito a capire le ragioni degli elettori attratti dall’AfD, invece di limitarsi a demonizzarli. Quando chi ha costruito il muro comincia a prendere le distanze dal muro, il muro è già caduto, anche se le macerie non sono ancora visibili a tutti. Il resto arriva di conseguenza. Un sondaggio YouGov certifica che il 55% degli elettori della Cdu e della Csu non vuole più escludere a priori una collaborazione con l’AfD. Friedrich Merz, per ora, tiene la linea dell’esclusione, arrivando ad accusare l’AfD di sostenere una “remigrazione” assimilabile a pulizia etnica. Ma nei Länder dell’Est, dove l’AfD supera spesso il 35 e in alcuni casi il 40%, la matematica delle coalizioni rende ogni giorno più difficile governare senza di essa. E la storia di questo partito, va ricordato, non comincia oggi: nato nel 2013 come costola euroscettica di nicchia, in poco più di un decennio è diventato secondo partito del Bundestag e oggi, nei sondaggi, primo partito del Paese, dunque non si tratta di un fuoco di paglia. È un processo di normalizzazione compiuto un passo alla volta, un’elezione dopo l’altra, fino a diventare mainstream.   Chi obietterà a questa lettura citerà il 2019, quando l’onda nera fu annunciata alla vigilia delle elezioni europee e poi, alle urne, non arrivò. Gli elettori scelsero la stagnazione per i populisti e la crescita per liberali e verdi, smentendo chi prevedeva lo tsunami. È un’obiezione onesta, e merita una risposta altrettanto onesta, non uno scrollare di spalle. Allora i fattori che alimentavano l’allarme erano contingenti. La Brexit spaventava, e il caos che ne seguì funzionò da monito per chi in altri Paesi era tentato dall’uscita dall’Unione. Donald Trump, alla sua prima presidenza, era percepito da gran parte dell’establishment europeo come un’anomalia americana, un incidente di percorso destinato a rientrare con le elezioni successive; oggi quei due argini sono crollati entrambi. Trump è tornato alla Casa Bianca non come eccezione ma come conferma di una tendenza, e la sua amministrazione tratta l’alleanza con la destra radicale europea non come qualcosa da correggere ma come una relazione naturale, quasi doverosa. E la Brexit, con tutti i suoi costi, non ha impedito che altri movimenti sovranisti continuassero a crescere altrove, segno che l’effetto monito si è esaurito.   Allora, inoltre, il fenomeno restava relativamente isolato per Paese, con la Francia già avanti e la Germania ancora percepita come un argine solido. Oggi la convergenza è simultanea, gli stessi mesi, gli stessi sondaggi, gli stessi record storici che cadono in Germania, Austria, Paesi Bassi, Francia, Spagna, Polonia. Quando un fenomeno si manifesta nello stesso momento in otto Paesi diversi, con cause economiche e sociali diverse tra loro, significa che non stiamo osservando otto crisi nazionali scoppiate per caso nello stesso anno, ma stiamo osservando la stessa placca tettonica che si muove sotto superfici diverse. C’è un’ultima obiezione, forse la più sofisticata, e va affrontata con altrettanta serietà, questi partiti, si dice, non sono affatto uniti. Nel Parlamento europeo siedono in gruppi diversi e spesso rivali, i Patriots for Europe di Le Pen e Salvini, l’Europe of Sovereign Nations di Weidel e Vannacci, i Conservatori e Riformisti più moderati di Meloni. Litigano tra loro sulla Russia, sull’Ucraina, sulla Nato, come possono, divisi così, orchestrare un ribaltone continentale.   La risposta è che non serve che siano uniti per produrre l’effetto che stiamo descrivendo, serve solo che crescano tutti insieme, ciascuno nel proprio Paese, indipendentemente dalle alleanze di Bruxelles. La frammentazione riguarda la tattica parlamentare europea, non la traiettoria elettorale nazionale. Anzi, si potrebbe sostenere il contrario di quello che sembra intuitivo, il fatto che oggi convenga a un partito radicale rivendicare apertamente il proprio estremismo, come fa Vannacci quando esulta per il risultato tedesco invece di prendere le distanze, dimostra che la vecchia strategia della moderazione per diventare governabili non è più necessaria. Non devono più travestirsi da moderati per crescere, possono restare quello che sono, e crescere comunque. Questo, non l’unità tattica a Bruxelles, è il segnale più preoccupante per chi crede ancora negli argini tradizionali.   E qui arriva la parte che i colleghi ottimisti evitano di guardare in faccia, il calendario. Nel 2027 si vota in Francia, per l’Eliseo. Si vota in Spagna, dove un’alleanza organica tra Partito Popolare e Vox potrebbe per la prima volta raggiungere una maggioranza assoluta senza bisogno di terzi incomodi. Si vota in Polonia, dove la coalizione di Tusk arriva già indebolita dalla sconfitta presidenziale. E l’Italia, per scadenza naturale della legislatura, si troverà a fare i conti nello stesso torno di tempo con la pressione di Vannacci sulla destra di governo. Non sono quattro storie separate raccontate per coincidenza dagli stessi giornali nella stessa stagione. Sono quattro appuntamenti che convergono nello stesso anno, con partiti che in ciascuno di questi Paesi hanno già raggiunto o sfiorato il primo posto nei sondaggi mesi prima del voto. Non è una coincidenza statistica, ma la prova che il fenomeno tedesco non è un’anomalia locale da studiare con gli strumenti della sociologia regionale. È la punta più avanzata di un processo che sta maturando ovunque, alla stessa velocità, come se una sola onda stesse toccando contemporaneamente coste diverse dello stesso mare.  L’immagine che chiude questo ragionamento arriva dalla Francia, e vale la pena guardarla in faccia senza girarci intorno, senza le cautele diplomatiche che di solito accompagnano questo tipo di previsioni. Il sistema presidenziale francese non ha i contrappesi di quello tedesco, non ha un Bundesrat capace di frenare, non ha un federalismo che diluisce il potere tra Länder e governo centrale. Se Marine Le Pen, o per lei Jordan Bardella, dovesse arrivare all’Eliseo nel 2027, non avrebbe bisogno di negoziare con nessuno per uscire dal comando integrato della Nato o per svuotare dall’interno i poteri dell’Unione europea: le basterebbe firmare un decreto, convocare un Consiglio dei ministri, mettere una firma in fondo a un foglio. Nessuna mediazione parlamentare complessa, nessun compromesso di coalizione. Solo una firma.  Ecco perché la Sassonia-Anhalt, Berlino, il Meclemburgo-Pomerania non sono l’ultimo atto di qualcosa che si sta esaurendo, come vorrebbero farci credere i lettori più rassicuranti dei sondaggi. Sono le prove generali, fatte in un teatro di provincia, con un pubblico ancora convinto che si tratti solo di uno spettacolo minore, di uno spettacolo che entro due anni andrà in scena sul palco più grande d’Europa. E quando lo spettacolo arriverà su quel palco, non ci sarà più modo di far finta che fosse solo una prova.