di Ignazio Catauro – L’Italia oggi assomiglia a una stampa fuori registro, i colori non si incontrano, i contorni scivolano, i volti si moltiplicano come prodotti in serie appesi a una mostra che non chiude mai. Non è un paragone estetico fine a sé stesso, ma la descrizione di un mutamento che riguarda il modo in cui ci mostriamo, ci scegliamo e ci raccontiamo. In questo senso la Pop Art non è rimasta confinata alle gallerie, ha lasciato una traccia più profonda, un modo di vedere che ha colonizzato la vita pubblica. Qui la ripetizione non è più un espediente creativo, è la tecnica con cui si costruisce autorità, dove la visibilità sostituisce la competenza e infine la posa prende il posto della fatica. “In the future everyone will be world famous for 15 minutes”, disse Andy Warhol, e quella battuta è diventata misura del tempo politico che ci è stato imposto, la durata utile di un messaggio è un quarto d’ora, la politica si adatta, le promesse si comprimono in claim, la responsabilità si dissolve nella rotazione mediatica. La democrazia che richiede memoria e pazienza si trova a misurarsi con un calendario che premia l’immediato e punisce la durata. Warhol aggiunse anche: “Art is what you can get away with”, e letta così la frase non è solo provocazione, è una lente per capire come ciò che passa per normale diventa norma, come la ripetizione e la saturazione trasformano l’eccezione in abitudine. La differenza tra la serigrafia degli anni Sessanta e la riproduzione contemporanea sta nella tecnologia che la governa; allora la ripetizione era materiale, diremmo oggi analogica, si vedevano le matrici e le sbavature, oggi la riproducibilità è algoritmica, invisibile, istantanea. Gli algoritmi non si limitano a moltiplicare immagini, scelgono quali moltiplicare, amplificano la reazione e nascondono la complessità, premiano l’emozione che genera condivisione e non il merito che richiede tempo per essere compreso. Riempire lo spazio visivo fino a soffocare la possibilità di pensare è una tattica politica e commerciale insieme, chi sa gestire la saturazione controlla l’agenda, chi controlla l’agenda plasma la percezione del reale. Il kitsch, che la Pop Art ha spesso sfiorato con ironia, qui è diventato lingua comune, il kitsch rassicura, offre simboli semplici, melodie prevedibili, colori che non disturbano, è la consolazione estetica che non chiede impegno. In politica il kitsch funziona come collante, crea appartenenza senza responsabilità ed emoziona senza dovere. E allora, smontare il kitsch non è snobismo, è un atto civico, significa pretendere che le immagini che ci circondano abbiano una relazione con i fatti e non solo con il desiderio di essere amate. Eppure la stessa tecnica che ha prodotto il problema può diventare strumento di cura, la ripetizione usata con intenzione critica può rivelare il vuoto che nasconde, ripetere un volto, un claim, una promessa fino a trasformarli in caricature mette a nudo le cuciture, si vedono le omissioni, le giunture, le contraddizioni. Isolare il messaggio come si isola un oggetto in una teca permette di leggere la sua costruzione, chi lo finanzia, chi lo amplifica, cosa viene taciuto. Un intervento, che va in questa direzione, qualsiasi esso sia, può fare questo gesto, non limitarsi a dire che tutto è immagine ma mostrare come l’immagine sia fatta, smontare la macchina che produce consenso visivo e restituire al lettore gli ingranaggi che la muovono. Da questa diagnosi nascono responsabilità pratiche. La prima è materiale, riportare la discussione sui documenti concreti, leggi, bilanci, contratti, progetti urbani, e mostrare come questi si traducono in immagini pubbliche, non basta commentare il poster, bisogna aprire il cantiere che quel poster nasconde. La seconda è spaziale, ripensare lo spazio pubblico in modo che non sia solo una vetrina per messaggi consumistici ma un luogo di confronto e cura, murales che raccontino storie complesse, installazioni che interrompano la continuità pubblicitaria, campagne che non vendano ma spieghino, interventi estetici che producano conseguenze civiche. La terza è educativa, insegnare a guardare con lentezza, leggere un’immagine come si legge un testo, sospendere la reazione automatica per cercare la trama sottostante. Non si tratta di nostalgia per un’autenticità mitica, e neppure si chiede di tornare a un passato in cui tutto era più vero per definizione, si tratta piuttosto di inventare pratiche collettive che rendano la verità più difficile da simulare. La riproducibilità può diventare strumento di indagine invece che macchina di anestesia, ripetere per stancare la menzogna, saturare per rivelare l’artificio, usare la superficie per tornare a cercare la profondità. La lezione della Pop Art è ambigua, da una parte la possibilità di rendere l’arte accessibile, dall’altra la tentazione di ridurre tutto a superficie, il compito di chi scrive oggi è prendere quell’ambiguità e trasformarla in leva, usare la lingua dell’immagine per smascherare la sua tirannia. Usare da una parte la ripetizione per far emergere il vuoto, e dall’altra il colore e la saturazione per mettere a fuoco ciò che è stato cancellato. Del resto, Warhol ci ricordava che il cambiamento non arriva mai da solo: “They always say time changes things, but you actually have to change them yourself”, e questa frase suona come una chiamata all’azione che vale per l’arte e per la politica, non basta osservare la trasformazione, bisogna intervenire, e neppure basta criticare la superficie, perché è molto più importante costruire pratiche che rendano la superficie meno ingannevole. In fondo dobbiamo ricordare che la democrazia non è un’immagine da appendere in salotto, ma un lavoro quotidiano fatto di fatica, controllo e responsabilità. Queste mie breve riflessioni vogliono essere un invito a non accontentarsi della posa, ma a pretendere fatica dalla politica, a chiedere responsabilità dal consumo estetico, vorrebbero ricordare che la scena pubblica può smettere di essere una galleria di copie e tornare a essere un luogo dove si decide, si discute, si costruisce. Se la Pop Art ci ha insegnato che l’arte può essere democratica perché riproducibile, allora la sfida è trasformare la riproducibilità in strumento di indagine e non in macchina di anestesia, prendiamo la lezione e ribaltiamola, facciamo della superficie un mezzo per tornare alla sostanza.
