di Ignazio Catauro – Ogni civiltà ha coltivato l’idea di aver finalmente varcato la soglia che separa l’arbitrio dalla giustizia, come se la storia fosse un lento ma inesorabile processo di raffinamento morale. Eppure, osservando la lunga durata dei fenomeni sociali, si scopre che l’ingiustizia non è un relitto di epoche arretrate, né un incidente che si possa attribuire alla contingenza. Piuttosto rappresenta una presenza che ritorna con la regolarità di un fenomeno naturale, una forza che attraversa i secoli assumendo forme diverse ma conservando la stessa funzione, che è poi quella di proteggere l’ordine, rassicurare la comunità, offrire un volto al disordine che essa non sa nominare. La genealogia dell’ingiustizia non è una sequenza di errori giudiziari, ma una lente attraverso cui leggere la storia dell’uomo. Ogni figura che vi compare, da Socrate a Giovanna d’Arco, da Galileo a Dreyfus, da Sacco e Vanzetti a Tortora, non è soltanto un individuo travolto da un potere più grande di lui, ma ne rappresenta un sintomo. In fondo dobbiamo riconoscerla come la manifestazione concreta di un meccanismo collettivo che si attiva quando una società, ferita o disorientata, cerca un equilibrio immediato e lo trova nella costruzione di un colpevole. Ecco che l’ingiustizia non nasce dalla malvagità, ma dalla paura, non è un atto di crudeltà, ma un gesto di autodifesa; in questo senso altro non è che la risposta istintiva di una comunità che teme il caos più dell’errore. Nelle società antiche, questo meccanismo assumeva la forma del processo politico, dove la retorica contava più dei fatti e la stabilità della polis prevaleva sulla sorte del singolo. Nel Medioevo, la paura del male invisibile trasformava il sospetto in prova e la diversità in eresia. L’Età Moderna, pur animata da un crescente razionalismo, non riuscì a sottrarsi alla tentazione di spiegare l’inspiegabile attraverso la figura dell’untore, del deviante, del perturbatore dell’ordine. L’Ottocento, con la sua fede nella scienza e nella nazione, elevò l’ingiustizia a ideologia, trasformando il diverso in nemico interno e il processo in strumento di pedagogia patriottica. Il Novecento, infine, portò questo meccanismo al suo grado più estremo, istituzionalizzando l’errore attraverso apparati burocratici che trasformarono la persecuzione in procedura. La contemporaneità non ha interrotto di certo questa genealogia, ha semplicemente cambiato scena. L’ingiustizia non si presenta più con la brutalità del rogo o con la teatralità del processo pubblico, più subdolamente si manifesta attraverso forme più sottili e pervasive: attraverso la pressione mediatica che anticipa il giudizio, attraverso la lentezza della giustizia che dunque diventa una pena autonoma, mediante l’algoritmo che riproduce e amplifica i pregiudizi sociali, e da questa la reputazione digitale che si trasforma in una condanna senza appello. L’ingiustizia contemporanea non ha bisogno di un tribunale speciale, perché trova nei meccanismi della comunicazione e della burocrazia strumenti più rapidi e più efficaci. Ciò che colpisce, tuttavia, osservando questa lunga traiettoria, è la continuità del gesto, ogni epoca ha costruito i propri colpevoli con materiali diversi, ma con la stessa logica. La società, quando è attraversata dalla paura, preferisce un colpevole sbagliato a un’assenza di colpevoli; in altre parole, il potere, quando è in difficoltà, trova nell’ingiustizia un mezzo per ristabilire l’ordine. Pensiamo solo all’opinione pubblica, quando è agitata, si lascia guidare più dall’emozione che dalla ragione, e di conseguenza l’individuo, quando è isolato, diventa il bersaglio ideale su cui scaricare tensioni che non hanno un’origine precisa. Eppure, accanto a questa genealogia dell’ingiustizia, esiste un’altra storia, meno appariscente ma altrettanto decisiva. È la storia di chi ha resistito, di chi ha denunciato, di chi ha trasformato la propria condanna in un atto di testimonianza. Pensiamo a Socrate che ha mostrato come la libertà interiore può sopravvivere alla sentenza. A Galileo che ha dimostrato come la verità scientifica non può essere incarcerata. E che dire di Zola che ha insegnato quanto la parola può incrinare un sistema. Emblematico ed evocativo il “caso” Tortora, che come un monito incombente sulla coscienza collettiva, ci ricorda che la dignità non è negoziabile. Ogni ingiustizia ha generato una coscienza, e ogni coscienza ha lasciato un segno. L’ingiustizia non è dunque una fatalità, ma una possibilità sempre aperta, dove la civiltà non si misura dalla sua capacità di eliminarla, bensì dalla sua capacità di riconoscerla, di studiarla, di ricordarla. La memoria dell’ingiustizia è l’unico antidoto alla sua ripetizione, ed è ciò che impedisce alla società di trasformare la paura in condanna, il sospetto in prova e la diversità in colpa. È ciò che permette di comprendere che la giustizia non è un dato acquisito, ma un equilibrio fragile che richiede vigilanza, cultura, responsabilità. Scrivere un editoriale sull’ingiustizia significa dunque interrogare la nostra idea di civiltà, significa riconoscere che la storia non è un cammino lineare verso il progresso, ma un terreno accidentato in cui ogni conquista può essere perduta. Significa accettare che la giustizia non è un monumento, ma un processo, e sapere che ogni epoca ha avuto il suo innocente sacrificato e che la nostra non fa eccezione. Significa, infine, assumersi il compito più difficile, quella di impedire che il prossimo abbia il nostro volto.
