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Ottantuno Italiani su cento davanti a un volto da mostrare, la rara armonia di una Nazione abituata alla frattura

In IN EVIDENZA, OPINIONE
Settembre 30, 2026
Ottantuno italiani su cento, secondo la rilevazione di Alessandra Ghisleri, approvano il divieto di burqa e niqab nelle scuole. Una maggioranza trasversale che forse non premia una parte politica ma una regola percepita come di buon senso, e che invita a chiedersi perché proprio qui l’Italia smetta di litigare.

di Ignazio Catauro – C’è un numero che, nella cronaca politica di queste settimane, si impone per la sua stessa anomalia, l’81% degli italiani approva il divieto di burqa e niqab nelle scuole. In un Paese abituato a vedere ogni provvedimento accolto da un fronte contrario già pronto a organizzarsi, a un’opposizione che precede il testo di legge e a una polemica che sopravvive alla sua approvazione, una percentuale simile suona quasi come  un’irregolarità statistica. La politica italiana ha fatto della frammentazione una condizione permanente, e trovarsi davanti a una convergenza di tale ampiezza obbliga a interrogarsi non solo sul che cosa, ma sul perché. Occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco che una lettura frettolosa dei sondaggi potrebbe produrre con una certa puntualità, ovvero che questo non significa che l’81% sostiene il governo, ma sostiene la norma che il governo Meloni ha varato in Consiglio dei Ministri. La distinzione è tutt’altro che sofistica, perché, bisogna sempre ricordarlo per correttezza, in questo caso nello specifico separa il gradimento di una compagine dall’adesione a una scelta specifica, e chi la ignora finisce probabilmente per attribuire all’esecutivo un capitale politico che non gli appartiene. Il dato, semmai, racconta altro. Racconta che un orientamento già sedimentato nel sentire collettivo ha trovato una sponda istituzionale, e che l’esecutivo, in questo caso, non ha costruito consenso ma lo ha intercettato. In un certo senso possiamo dire che non ha plasmato l’opinione né forzato la società, piuttosto l’ha riconosciuta assecondandone una traiettoria già tracciata. Perché proprio questa misura, e perché proprio ora? La risposta va cercata nella sua natura. Il provvedimento non chiede sacrifici a nessuno, non modifica le abitudini di chi non ne è direttamente toccato, non impone al cittadino medio di rivedere la propria idea di sé o la propria collocazione ideologica. Circoscrive il proprio raggio d’azione a un ambiente preciso, la scuola, che l’immaginario collettivo investe di una sacralità laica. È il luogo dell’ordine, della riconoscibilità reciproca, della relazione educativa fondata sullo sguardo e sulla parola. Volto e voce sono, in fondo, gli strumenti primari di ogni pedagogia, e l’idea che la scuola debba essere uno spazio in cui ci si vede e ci si riconosce ha una forza intuitiva che precede qualsiasi argomentazione. Ecco perché la norma si spiega da sola; essa non necessita di un apparato retorico o di una cornice narrativa, e neppure di un lessico dell’emergenza. Si presenta come un atto di buon senso, e il buon senso, in politica, è la più economica delle risorse comunicative.  Su questo terreno la psicologia politica offre una chiave di lettura preziosa. La mente del cittadino si irrigidisce quando è chiamata a difendere un valore o a proteggere un’appartenenza, e tende invece alla convergenza quando la questione non intacca la sfera identitaria. Una regolazione che riguarda un contesto delimitato abbassa la soglia dell’implicazione personale, riduce il costo emotivo della presa di posizione e favorisce risposte omogenee. La trasversalità del consenso, che attraversa elettorati di orientamento opposto, nasce da qui, da una convergenza di tipo cognitivo prima ancora che ideologico. Chi risponde al sondaggio non sta votando per un partito, sta esprimendo una preferenza su una regola percepita come funzionale, e la funzionalità, quando non comporta costi, genera approvazione con sorprendente facilità. Ne discende un effetto che i politologi conoscono bene, quello della stabilizzazione. Una misura che non divide non offre appigli alla contestazione, poiché non esiste un blocco sociale abbastanza compatto da viverla come un’imposizione.  Di contro le contro-narrazioni faticano a trovare radicamento, gli schieramenti non si formano, la polemica si consuma nel perimetro ristretto di chi ne fa una questione di principio. In fondo, la norma si colloca fuori dal conflitto e proprio per questo acquisisce un peso simbolico superiore alla sua portata tecnica. Diventa un indicatore di sintonia tra istituzioni e società, una rara conferma di quel circuito di rappresentanza che le democrazie contemporanee dichiarano di praticare e che di fatto sperimentano sempre più di rado. Sarebbe tuttavia un esercizio di ingenuità fermarsi qui. Il consenso, per quanto vasto, non esaurisce la discussione, e chi ne fa la misura ultima della bontà di una scelta dimentica una lezione antica del pensiero liberale, quella secondo cui la maggioranza non è, di per sé, un criterio di verità né di giustizia. Le obiezioni esistono e meritano di essere pesate con serietà.  Vi è chi sostiene che una restrizione dell’abbigliamento tocchi la libertà individuale e quella religiosa, e che l’integrazione si costruisca meglio con l’inclusione che con il divieto. Vi è chi osserva che il fenomeno riguarda un numero contenuto di casi e che una norma di portata generale rischia di risultare sproporzionata rispetto al problema. Vi è chi teme che il consenso maggioritario finisca per ratificare una diffidenza collettiva verso una minoranza, trasformando in legge ciò che sarebbe più sano lasciare alla maturazione culturale. Sono posizioni di rispetto, e il fatto che siano minoritarie non le rende meno degne di ascolto. Ne sono, anzi, il naturale contrappeso. Resta da chiedersi che cosa ci dica, in definitiva, questo numero. Non annuncia di certo una stagione di concordia nazionale, né autorizza a immaginare che la frattura permanente della vita pubblica italiana si sia improvvisamente ricomposta. Dice qualcosa di più circoscritto e, forse, di più istruttivo. Dice che anche in un sistema frammentato esistono temi capaci di produrre convergenza, e che quando ciò accade non è mai per caso. Concorrono la chiarezza del provvedimento, la sua estraneità alle grandi linee di faglia ideologiche, l’assenza di costi percepiti, la delimitazione del campo d’applicazione. Sono condizioni rare, e proprio per questo la loro combinazione merita di essere studiata con attenzione. La politica, che troppo spesso confonde il rumore con la vitalità, farebbe bene a riflettere su un consenso che non ne ha fatto affatto.