
Ci sono nomi che, nel tempo, finiscono per identificare un’intera stagione della vita pubblica italiana e ci sono luoghi che diventano memoria. Domenica 27 settembre, alle 17.30, Montefredane ne unirà uno all’altro, intitolando una piazza a Ciriaco De Mita, protagonista di primo piano della Democrazia Cristiana, della politica nazionale e della storia dell’Irpinia. Alla cerimonia, aperta dal saluto del giovane sindaco Ciro Aquino e moderata dal giornalista Luigi Pisano, interverranno Mario Vanni, sindaco di Altavilla Irpina, Enzo Venezia, già sindaco di Avellino, Enzo De Luca, già senatore della Repubblica, e Gianfranco Rotondi, parlamentare e tra coloro che hanno conosciuto più da vicino De Mita. Saranno presenti anche il presidente della Provincia di Avellino, Fausto Picone, e il prefetto di Avellino, Franca Fico. È proprio a Rotondi che abbiamo chiesto di rileggere, la figura di De Mita: non soltanto l’uomo delle grandi responsabilità istituzionali e delle complesse dinamiche della Dc, ma anche il leader territoriale e l’interlocutore capace di mantenere per decenni un rapporto diretto con l’Irpinia. Un confronto che arriva fino al presente della tradizione democristiana, con l’appuntamento di Saint-Vincent del 2-4 ottobre, e alla domanda su quanto di quella esperienza politica possa ancora parlare all’Italia di oggi.
Onorevole Rotondi, domenica Montefredane intitolerà una piazza a Ciriaco De Mita, a quattro anni dalla sua scomparsa. Che cosa rappresenta, oggi, la scelta di dedicare uno spazio pubblico a uno degli uomini che più hanno segnato la storia della Democrazia Cristiana e della Repubblica?
Il gesto dell’amministrazione comunale di Montefredane interpreta un sentimento molto diffuso in Irpinia: il desiderio di tener vivo il rapporto con un brano di storia di cui giustamente la comunità provinciale è orgogliosa.
De Mita appartiene a una stagione politica nella quale il rapporto tra parlamento, governo, partito e territorio era molto diverso da quello attuale, qual è, secondo lei, l’eredità più attuale del suo modo di fare politica e di intendere il rapporto con l’Irpinia e con le comunità locali?
De Mita è stato un personaggio gigantesco e irripetibile. La sua parabola si iscrive nella fase repubblicana caratterizzatada uno stato centrale forte e dominato dalla mediazione di parlamentari fortemente rappresentativi del territorio. PrimaSullo e poi De Mita furono questo, al pari di Andreotti nel Lazio, Moro in Puglia, Gaspari in Abruzzo, Rumor inVeneto. L’istituzione delle regioni, e le successive riforme in senso autonomistico hanno spostato il baricentro delpotere, e modificato radicalmente la figura del parlamentare. Oggi il grande mediatore istituzionale è il Presidente dellaRegione, ma con limiti, contrappesi e rallentamenti burocratici che il vecchio stato centrale non conosceva. Da questopunto di vista l’esperienza di De Mita è irripetibile.
Lei ha conosciuto da vicino De Mita e ha condiviso con lui una parte importante della vicenda politica democristiana. Al di là delle appartenenze e delle inevitabili differenze, quale tratto dell’uomo e dello statista ritiene sia stato maggiormente sottovalutato dalla narrazione politica degli ultimi anni?
Il rapporto è stato molto aspro negli anni del suo potere assoluto, molto diverso, persino tenero, negli anni finali. Mi manca molto, mi manca soprattutto la possibilità di riflettere litigandoci, quelle discussioni infinite mi hanno fatto crescere.
Dal 2 al 4 ottobre Saint-Vincent tornerà a essere il luogo del raduno annuale dei democristiani. Dopo l’omaggio a De Mita, quale messaggio pensa possa arrivare da quell’appuntamento? Sarà soprattutto un’occasione per fare memoria della Dc o anche per discutere del suo possibile ruolo nel presente e nel futuro della politica italiana?
Il convegno di Saint-Vincent é il solo appuntamento congressuale democristiano ancora in vita. Ci teniamo, lo organizziamo ogni anno con gioia, ed è sempre progettato sul futuro, come desiderava Donat Cattin. Anche quest’anno verranno indicazioni nuove in vista delle prossime elezioni politiche.
Grazie
di Giuseppe Di Giacomo



