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Saint Vincent, il partito italiano, ovvero l’Italia che cambia partito senza cambiare fedeltà politica -FOTO-

In IN EVIDENZA, INSERTI ATTUALITA', POLITICA
Ottobre 03, 2026
Dalla Democrazia Cristiana a Berlusconi fino a Giorgia Meloni: la lettura di Gianfranco Rotondi di un’Italia che cambia partiti, leadership e linguaggi, ma continua a cercare la stessa mediazione nazionale.

Ci sono libri che vengono scritti per raccontare la storia e libri che vengono stesi perché l’autore, avendo avuto la ventura di frequentarla, non si rassegna a lasciarla raccontare agli altri. Il Partito Italiano. Dalla DC a Berlusconi e Meloni, di Gianfranco Rotondi, appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è propriamente una storia della Democrazia Cristiana, né del berlusconismo, né tantomeno del melonismo. È piuttosto il diario, spesso involontario, di una lunga fedeltà politica: quella di un democristiano che ha visto morire la Dc, assistere alla nascita di Forza Italia, attraversare le convulsioni del centrodestra e infine riconoscere in Giorgia Meloni l’ultima incarnazione di qualcosa che, secondo lui, in Italia non è mai veramente morto. Rotondi chiama questo qualcosa “il partito italiano”. La definizione non è nuova, e l’autore non pretende di averla inventata. Ma la adopera come una lente attraverso la quale rileggere mezzo secolo di Repubblica. La tesi, esposta con la franchezza di chi non ha alcuna intenzione di fingersi imparziale, è che i partiti possano morire mentre il loro elettorato, la loro funzione storica e persino una certa idea dell’Italia continuano a cercarsi un nuovo contenitore. La Dc fu il primo contenitore. Berlusconi ne costruì un altro, assai diverso per linguaggio, costume e classe dirigente. Oggi, nella lettura di Rotondi, quel ruolo è assunto da Giorgia Meloni e da Fratelli d’Italia. Naturalmente, fra De Gasperi e Meloni passa qualcosa di più di una legislatura. Ed è proprio qui che il libro diventa interessante. Rotondi non sostiene che la Dc fosse Fratelli d’Italia con cinquant’anni di anticipo, né che Berlusconi fosse un democristiano travestito da imprenditore televisivo. Sa bene che il popolarismo cattolico, la dottrina sociale della Chiesa e la cultura degasperiana appartengono a un mondo diverso da quello della rivoluzione liberale berlusconiana; e che il patriottismo, il conservatorismo e la sovranità nazionale che caratterizzano il lessico della destra contemporanea non sono semplicemente la ripetizione del vocabolario democristiano. La sua scommessa è un’altra: le differenze ideologiche contano, ma conta anche — forse conta di più — la funzione che un grande partito svolge nel sistema. E qui Rotondi, da politico di lunga esperienza, vede ciò che talvolta sfugge agli storici: un partito dominante non è soltanto un programma. È una mediazione nazionale. È il luogo nel quale si incontrano pezzi diversi del Paese, interessi divergenti, ceti sociali che normalmente non avrebbero nulla da dirsi. È, insomma, un compromesso organizzato. La Dc lo fece per decenni. Berlusconi tentò di farlo dopo la fine della Prima Repubblica. Rotondi vede oggi nella Meloni una nuova fase di questa medesima ricerca. Si può discutere la tesi. Anzi, si deve. Ma sarebbe un errore liquidarla come nostalgia democristiana. Perché il libro, letto con attenzione, dice qualcosa di più scomodo: che la Prima Repubblica è finita, ma non necessariamente sono finite tutte le domande alle quali essa cercava di dare una risposta. Il pregio maggiore del volume sta infatti nel suo carattere documentario. Rotondi non ricostruisce il passato seduto comodamente sulla poltrona del presente. Ripropone i propri articoli, scritti nel momento in cui gli avvenimenti accadevano. Ne viene fuori un album fotografico nel quale l’autore compare insieme ai propri soggetti, talvolta troppo vicino per poterli osservare con il necessario distacco, ma abbastanza vicino da averne colto odori, umori e contraddizioni. E questa è insieme la forza e il limite del libro. Rotondi è un testimone, non un entomologo. Non guarda la Dc sotto una campana di vetro: ci è stato dentro. Non racconta Berlusconi come uno storico che abbia consultato gli archivi: lo ha frequentato politicamente. E non osserva Meloni da una distanza accademica: ne è oggi un alleato e un interlocutore. Il lettore, dunque, non deve cercarvi l’impossibile neutralità. Troverà invece una memoria politica dichiaratamente schierata, e proprio per questo utile. Saint-Vincent è, da questo punto di vista, il luogo più appropriato per presentare il libro. Perché la geografia, in politica, qualche volta è già una recensione. Qui Carlo Donat-Cattin portò per anni la sua sinistra sociale democristiana, trasformando il convegno valdostano in uno dei luoghi nei quali la Dc discuteva — e spesso litigava — con se stessa. Quella stagione è tramontata insieme alla Prima Repubblica. Ma Saint-Vincent è sopravvissuta, come sopravvivono certe vecchie stazioni ferroviarie dopo che sono cambiati i treni. Il convegno di quest’anno, dal 2 al 4 ottobre, porta lo stesso titolo del libro. E Rotondi vi arriva con una domanda implicita che è molto più grande del volume: è possibile che, dopo la Dc e dopo Berlusconi, l’Italia stia nuovamente cercando un partito capace di rappresentare una maggioranza nazionale? La risposta appartiene alla politica, non alla recensione. Ma il libro fornisce parecchio materiale per discuterne. C’è, soprattutto, una lezione che Rotondi sembra aver imparato dalla Dc e che ripropone, consapevolmente o meno, anche nella sua lettura del presente: in Italia i partiti cambiano più rapidamente degli italiani. Cambiano i simboli, le parole d’ordine, le tessere, le televisioni, i social network e persino le divise ideologiche. Ma restano — o ritornano — certe domande elementari: chi tiene insieme il Nord e il Sud? Chi parla al ceto medio e alle periferie? Chi rappresenta l’elettore moderato senza ridurlo a una caricatura? Chi riesce a trasformare una coalizione elettorale in una maggioranza politica? La Dc ebbe una risposta. Berlusconi ne ebbe un’altra. Rotondi sostiene che oggi quella risposta abbia il volto della Meloni. È la parte più politica del libro e anche quella sulla quale il tempo dovrà pronunciare il suo giudizio. A Saint-Vincent, dove una volta i democristiani venivano a discutere di come governare l’Italia, Rotondi porta dunque un libro che sostiene che l’Italia, dopo aver cambiato più volte il partito, non abbia ancora cambiato del tutto il problema. E forse è proprio questa la vera sorpresa del volume. La Dc è morta. Berlusconi purtroppo è morto. I partiti, invece, continuano a cercare un modo per fare il loro mestiere e non cambiare la fede politica di ispirazione.

di Giuseppe Di Giacomo