di Ignazio Catauro – Ci sono vicende che la cronaca consuma nello spazio di pochi giorni e che tuttavia continuano a lavorare sotto la superficie del discorso pubblico, come una falda che scorre nascosta e che, a tratti, riaffiora là dove meno la si attende. Il caso di Youssef Siher appartiene a questa specie di eventi, poiché chi si limiti a considerarlo attraverso il fascicolo giudiziario vi scorgerà soltanto un nome, un’indagine, una responsabilità personale che spetta ai magistrati accertare nelle sedi competenti, mentre chi consenta allo sguardo di indugiare un poco più in profondità vi riconoscerà il profilo di un’epoca intera. Le fonti disponibili ci restituiscono l’immagine di un giovane dal percorso universitario avanzato, dedito alla ricerca negli studi mediorientali e affiancato da collaborazioni giornalistiche, e tuttavia simili elementi biografici interessano meno per ciò che dicono dell’uomo che per ciò che lasciano intendere di un modo nuovo di abitare la scena pubblica e di agire su di essa. La politica italiana del Novecento, infatti, si fondava su un’architettura verticale, entro la quale si nasceva dentro un partito, un sindacato, un oratorio o un collettivo studentesco, e soltanto in un secondo momento, spesso a distanza di anni, si apprendeva a pensare con le parole di quella casa comune, giacché l’identità politica si riceveva in eredità dalla famiglia, dal quartiere, dalla classe di appartenenza, e il militante si faceva tramite fedele di una narrazione che l’organizzazione aveva elaborato prima e altrove. Nell’Italia di oggi, al contrario, la sequenza appare capovolta, perché si costruisce dapprima un racconto del mondo, intorno al quale si raccoglie poi, se e quando occorra, una rete di persone, e dalla voce che si leva nello spazio digitale discende il gruppo, e dal gruppo, forse, la piazza. Il ricercatore, il giornalista, il divulgatore, l’attivista e l’organizzatore, che un tempo abitavano stanze distinte e rispondevano a istituzioni diverse, convergono ora in un’unica figura, la quale studia un fenomeno, lo interpreta, lo racconta, aduna attorno a quella lettura una comunità e infine la chiama a mobilitarsi; ed è come se l’intellettuale organico immaginato da Gramsci, legato a una classe e a una struttura gerarchica che gli assegnava un compito, avesse ceduto il posto a un intellettuale che potremmo dire reticolare, il quale non riceve alcuna linea da alcuna segreteria e fa circolare le proprie visioni del mondo lungo canali che nessuno governa dall’alto. Ne discende che la vera novità non sia la protesta, la quale ha attraversato tutte le stagioni della storia, bensì il modo in cui essa prende forma, dal momento che le manifestazioni del secolo scorso maturavano nelle sezioni di partito, nelle sedi sindacali e nelle assemblee dalle luci basse, mentre quelle contemporanee nascono negli ecosistemi informativi, dove non si conquista più la piazza per ottenere poi il consenso, ma si conquista anzitutto l’attenzione, e solo dopo la piazza. Il baricentro del potere si sposta così dalla struttura all’immaginario, e ciò che per decenni era consistito nel controllo delle organizzazioni tende a consistere, in misura sempre più ampia, nel controllo delle narrazioni, secondo una lezione che Pierre Bourdieu avrebbe espresso nel lessico dei capitali, ricordandoci come il capitale culturale e quello simbolico siano divenuti risorse decisive, più dei patrimoni e delle tessere, poiché chi sa conferire un senso a una guerra, a una crisi sociale, a una rivendicazione identitaria acquista un’influenza che molti corpi intermedi tradizionali non riescono più a esercitare. Da questo terreno si leva una figura di tipo nuovo, che si forma tra le università, i centri di ricerca, i media digitali e le piattaforme, e che reca in sé un discreto capitale culturale, una robusta alfabetizzazione tecnologica, un’idea transnazionale dell’identità e la capacità di costruire comunità attorno a un racconto condiviso. La si può chiamare, con espressione felice, “élite periferica”, e il termine merita una pausa di riflessione, perché se nel Novecento la periferia era sinonimo di esclusione, il luogo remoto da cui si guardava senza voce verso i centri in cui si decideva, nella società delle reti essa può trasformarsi in un punto privilegiato di connessione con il mondo, sicché un giovane nato in provincia si trova a frequentare nel medesimo istante circuiti accademici internazionali, dibattiti geopolitici globali e reti militanti che attraversano i continenti, e la sua geografia interiore non coincide più con quella del luogo in cui vive, potendo distendersi tra Milano e Brescia come tra Gaza, Rabat, Londra, Istanbul e New York. Le cause che lo muovono, dalla Palestina al clima, dalle migrazioni ai diritti civili, dall’intelligenza artificiale alle guerre lontane, pesano sulla sua identità assai più dell’appartenenza territoriale, e il conflitto politico, perdendo le proprie radici nel suolo, guadagna in cambio un’intensità tutta simbolica. A questo punto la sociologia cede il passo alla filosofia politica, giacché un movimento che rivendica di non avere né capi, né sedi, né rappresentanti riconoscibili ripropone in forma nuova una questione antichissima, quella del rapporto tra la rappresentanza e l’azione collettiva. La politica moderna, da Hobbes fino a Weber, si è costruita sull’idea che ogni potere collettivo debba avere un volto, perché solo un volto può essere chiamato a rispondere delle decisioni assunte, e la rappresentanza non serve soltanto a consentire la partecipazione dei molti, ma soprattutto a rendere possibile l’attribuzione della responsabilità; una rete che agisce senza un centro sembra invece collocarsi al di fuori di questo patto, entro una logica post-rappresentativa che i suoi sostenitori difendono richiamando la legge ferrea dell’oligarchia di Robert Michels, secondo cui ogni organizzazione finisce inevitabilmente nelle mani di una minoranza dirigente, e vedendo nella struttura diffusa una promessa di liberazione dal comando verticale, dove non vi sia alcun capo da arrestare, alcuna sede da chiudere, alcuna gerarchia da espugnare. L’obiezione contraria, tuttavia, non è meno robusta e reca il nome di Hannah Arendt, la quale ci ha insegnato che agire politicamente significa apparire davanti agli altri, esporsi alla loro vista e assumersi il rischio delle conseguenze, cosicché una rete anonima capace di mobilitare migliaia di persone senza indicare un responsabile solleva un problema etico prima ancora che giuridico, poiché se nessuno rappresenta il movimento resta da chiedersi chi risponda di ciò che il movimento produce. La grande tradizione della disobbedienza civile, da Thoreau a Martin Luther King, aveva sempre posseduto un tratto distintivo, quello di chi disobbedisce facendosi riconoscere e pagando di persona la propria scelta, mentre l’anonimato strategico incrina questa figura e lascia aperto l’interrogativo se esso costituisca una legittima difesa dinanzi al potere oppure una sottrazione alla responsabilità morale, a cui la filosofia politica contemporanea non ha ancora offerto una risposta definitiva. Ne scaturisce un paradosso che conferisce alla vicenda un valore quasi simbolico, poiché lo Stato, per poter funzionare, deve individuare centri decisionali e colpe personali, mentre la rete, per poter esistere, tende a dissolverli, e così da un lato si pone un apparato che cerca un nome da associare a una dinamica impersonale, dall’altro una forma di azione che vive della propria invisibilità. Michel Foucault vi avrebbe riconosciuto il confronto tra due tecnologie del potere, la sorveglianza, che aspira a rendere visibili i corpi attraverso il monitoraggio dei social, l’acquisizione dei dati telematici e la ricostruzione delle reti comunicative, e la rete, che aspira a farsi distribuita, sfuggente e senza volto; e Manuel Castells, dal canto suo, ci ha mostrato come nelle società digitali il potere abiti nei flussi di comunicazione e come chi governa i nodi possa orientare il comportamento collettivo senza impartire un solo ordine. Quando le convocazioni mutano all’ultimo istante e i luoghi si spostano per spiazzare chi vigila, a essere messa alla prova è la capacità stessa dello Stato di prevedere e governare lo spazio pubblico, e se Carl Schmitt definiva sovrano colui che decide sullo stato d’eccezione, oggi si potrebbe sostenere che una parte crescente della sovranità appartenga a chi sa interrompere, deviare o accelerare i flussi della comunicazione collettiva, giacché le piazze fisiche continuano a esistere ma sono generate da piazze virtuali, e il vero campo del conflitto non è Piazza Duomo, bensì la rete che decide chi vi giungerà. Chi controlla le narrazioni controlla le emozioni collettive e chi orienta i comportamenti detiene una forma di potere che spesso precede e talvolta sostituisce quello della politica tradizionale; per questo il protagonista sociologico della vicenda, al di là di ogni accertamento che spetta ai magistrati, potrebbe non essere un uomo, ma l’Italia stessa, un Paese nel quale il militante novecentesco lascia il posto a una nuova figura storica, il produttore di significati, l’organizzatore di immaginari, il mediatore tra il sapere specialistico, l’attivismo digitale e la mobilitazione collettiva, una figura che non si accontenta di occupare una piazza e che vuole prima ancora impadronirsi dello spazio simbolico entro il quale quella piazza acquista il proprio senso. Resta una domanda, destinata a sopravvivere alla cronaca e a custodire il suo nucleo più autentico, se cioè possa esistere una politica senza rappresentanti, una mobilitazione senza un’organizzazione visibile, una volontà collettiva priva di soggetti riconoscibili, e la risposta, quale che sia, non riguarderà soltanto il Movimento 17 ottobre, ma il modo stesso in cui la democrazia, la responsabilità e il potere verranno pensati nell’età delle reti digitali.

