Non è inusuale che nei corridoi della politica si ascoltino nomi che più ricordano le personalità dello spettacolo piuttosto che i candidati europei. La pratica di adottare soprannomi o pseudonimi si rivela particolarmente popolare nella recente compilazione delle liste per le elezioni europee, fenomeno che esula dalla singola figura di Giorgia Meloni e si estende a un ampio spettro di candidati.
Tra i nomi che emergono con insistenza troviamo figure come Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, meglio conosciuta come Letizia Moratti, candidata di spicco di Forza Italia nella circoscrizione Nord Ovest. Ma la lista prosegue: Domenico Lucano, trasformato in un più familiare Mimmo per gli elettori di Avs, e Alessandro Cecchi Paone, che si presenta con l’evocativo “Cecchi Pavone”, per i candidati della lista Stati Uniti d’Europa.
Un caso singolare è quello di Sergio De Caprio, noto alle cronache come “Capitano Ultimo”. Il suo è un soprannome che risuona di eroismo e impegno, e che ora cerca di trasporre nel campo politico con Fratelli d’Italia. E non è l’unico nella lista: Stefano Cavedagna viene ridenominato “Cavedania”, mentre Giuseppa Savarino si trasforma in “Giusi”, in un tentativo di avvicinarsi con familiarità agli elettori.
Forza Italia non è da meno, con una serie di trasformazioni onomastiche che spaziano da Rossella Chiusaroli, ribattezzata “Ros”, a Edmondo Tamajo, che si presenta con un caleidoscopio di varianti: “Tamaio”, “Di Maio”, “Edy”, “Edi”, e “Eddy”. La varietà sembra non avere limiti, rivelando una pratica radicata e diffusa all’interno delle strategie di comunicazione politica.
Il fenomeno non si limita a un singolo schieramento o regione: anche nella lista Azione di Carlo Calenda troviamo una schiera di candidati riproposti attraverso i loro alter ego, tra i quali spiccano Alessandro Tommasi, noto come “Sandro”, e Mariapia Abbraccio, che assume l’identità di “Mapy”.
Tuttavia, vi è da chiedersi quale impatto questi soprannomi abbiano sull’immagine e sull’efficacia comunicativa dei candidati. Se da un lato possono offrire un senso di familiarità e accessibilità, dall’altro rischiano di innescare percezioni di non serietà o di un certo dilettantismo. È evidente che la scelta di un soprannome non è mai neutrale ma segue una strategia precisa, volta a costruire o destrutturare certe immagini pubbliche.
In conclusione, mentre quest’uso creativo dei nomi può sembrare un dettaglio minore o una curiosità, esso sottolinea delle dinamiche più ampie di branding politico in cui la personalità e l’immagine pubblica giocano ruoli sempre più decisivi. Sarà interessante osservare come questi soprannomi influenzeranno i risultati delle elezioni, e se riusciranno a guadagnarsi la fiducia e l’approvazione degli elettori europei. In un’era di politica spettacolo, il nome può effettivamente fare la differenza.
