Un drone carico di smartphone e droga, precipitato prima di raggiungere il carcere, ha riportato l’attenzione su un fenomeno tutt’altro che episodico: l’uso sistematico di velivoli telecomandati per rifornire i detenuti. L’ultimo caso, avvenuto nell’area di Poggioreale, non è che l’ennesima prova di un meccanismo ormai strutturato e sempre più sofisticato. All’interno della busta recuperata dai Carabinieri c’erano tre telefoni cellulari, hashish e crack. Un carico destinato con ogni probabilità a superare le mura del carcere senza passare dai controlli tradizionali. Il fallimento dell’operazione, però, racconta molto più di un semplice tentativo andato a vuoto: dimostra l’esistenza di una filiera organizzata capace di pianificare voli, preparare consegne e sfruttare le vulnerabilità del sistema penitenziario. Le indagini degli ultimi anni hanno evidenziato un salto di qualità. I droni vengono modificati per aumentare autonomia e capacità di carico, pilotati da operatori esperti e fatti decollare da punti sempre diversi, spesso terrazzi o zone periferiche. I voli avvengono prevalentemente di notte, con accorgimenti studiati per ridurre la visibilità e aggirare le restrizioni. A emergere è anche una nuova figura nel panorama criminale: quella del “dronista”. Un ruolo tecnico, ben retribuito, che richiede competenze specifiche e garantisce compensi elevati per ogni operazione riuscita. Il fenomeno non riguarda solo singoli episodi, ma segnala una trasformazione più ampia. Le carceri diventano nodi di una rete che continua a funzionare anche oltre le sbarre, mentre la criminalità organizzata aggiorna strumenti e strategie per mantenere i propri traffici. La sfida, oggi, è tutta sul piano tecnologico: contrastare un sistema che vola sopra i controlli tradizionali e che rende sempre più sottile il confine tra interno ed esterno.
di Marco Iandolo

