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Fra vittime e carnefici

In IN EVIDENZA, OPINIONE
Ottobre 26, 2026
Mentre Israele affida alle urne il proprio futuro, in Italia una parte delle piazze pro Palestina scivola nell'intimidazione e nell'intolleranza. Difendere Gaza non significa giustificare Hamas né trasformare il dissenso in un tribunale: la democrazia si misura anche dal rispetto degli avversari e dalla capacità di non dimenticare le vittime di ogni parte.

di Giuseppe Cestone – Mentre Israele decide il suo futuro nelle urne, in Italia una parte del movimento pro Palestina sceglie la piazza come tribunale. Opposti nelle idee, simili nei metodi.

Lì si vota

Domani, martedì 27 ottobre, oltre sette milioni di israeliani eleggono la nuova Knesset.  È il primo voto dopo il 7 ottobre 2023 e dopo tre anni di guerra su più fronti. Di fronte a Benjamin Netanyahu, che chiede un altro mandato, c’è un fronte di opposizione guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot.  Si è soliti riassumere la scelta così: un Netanyahu bis, con la destra religiosa e nazionalista, oppure un governo capace di parlare anche con i cittadini arabi d’Israele. La formula semplifica, perché l’alternativa a Netanyahu nasce anch’essa dal centrodestra e dai generali, non da una sinistra pacifista. Ma coglie un punto che in Italia si preferisce ignorare.  I cittadini arabi sono circa un quinto della popolazione israeliana. I loro partiti hanno oggi dieci seggi e i sondaggi li danno fino a tredici. In un parlamento dove la maggioranza è di 61 seggi su 120, quei voti possono decidere chi governa. Nello Stato che le nostre piazze chiamano “di apartheid”, la minoranza araba vota, elegge i suoi deputati e può diventare l’ago della bilancia.

Qui si intimidisce

Negli stessi mesi, le piazze italiane hanno parlato un’altra lingua. Il 4 ottobre 2025 il corteo nazionale per la Palestina ha portato a Roma centinaia di migliaia di persone: un milione per gli organizzatori, circa 250 mila per la polizia. Erano in gran parte studenti, lavoratori, associazioni, molti cattolici. Gente mossa da un dolore sincero per Gaza, che merita rispetto e non caricature.  Poi c’è il resto. Al Colosseo sono comparse bandiere di Hamas e di Hezbollah, insieme a cori per l’Intifada. Uno striscione presentava il 7 ottobre come giornata della “Resistenza palestinese”. A fine corteo, cassonetti in fiamme e 41 feriti tra le forze dell’ordine. Dieci giorni dopo, a Udine, nel corteo contro la partita Italia-Israele, due giornalisti sono rimasti feriti, uno con un trauma cranico.  Non è tutto il movimento. È però la parte che ne detta il tono e ne riempie le immagini. E la parte più ampia, quella pacifica, raramente se n’è separata con la chiarezza che la situazione richiedeva.

Opposti nelle idee, simili nei metodi

Nessuno di questi manifestanti si direbbe fascista, e molti si proclamano antifascisti. Le idee sono opposte. I metodi, però, si somigliano più di quanto si voglia ammettere. Lo squadrismo del Novecento non fu anzitutto un’ideologia. Fu un modo di stare in piazza: la violenza al posto dell’argomento, il nemico collettivo al posto della persona, il giornalista come bersaglio, l’avversario da zittire più che da convincere. Chi grida “da che parte stare” non lascia spazio a una terza posizione: chi piange le vittime di Gaza e insieme quelle del 7 ottobre diventa un traditore. Chi vede in ogni israeliano, e presto in ogni ebreo, un colpevole collettivo ripete il gesto più antico dell’intolleranza. Jacques Maritain, maestro di tanta cultura cattolico-democratica, insegnava che i mezzi non sono neutri: un fine giusto perseguito con mezzi ingiusti si corrompe dall’interno. Una causa che tollera le bandiere di Hamas, cioè di chi ha massacrato civili inermi, ha già perso la sua innocenza, qualunque sia la sofferenza che invoca.

La responsabilità di chi tace

C’è poi chi in piazza non lancia nulla, ma non vede. Una parte della sinistra italiana ha sfilato accanto a quelle bandiere senza chiedere che venissero ammainate. Le condanne della violenza, quando sono arrivate, sono state di rito, quasi sempre seguite da un “ma”. È il tacito assenso di chi pensa di poter cavalcare un’energia senza risponderne. La tradizione democratico-cristiana conosce bene questa tentazione, perché l’ha combattuta in casa altrui per mezzo secolo. De Gasperi pretendeva dai partiti un confine netto verso chi usava la piazza contro le istituzioni. Quel confine oggi manca, e a pagarne il prezzo è anzitutto la causa palestinese, che viene consegnata ai suoi estremisti. C’è infine una domanda che riguarda le nostre periferie. In quei cortei sfilano anche ragazzi delle periferie, figli di italiani e figli di immigrati, che trovano in una bandiera l’identità e l’appartenenza che il Paese non ha saputo offrire loro. È una sfida educativa, non un’etichetta da appendere. Chi li usa come massa di manovra li tradisce due volte.

La memoria rovesciata

L’antifascismo italiano è nato dalle vittime del fascismo. Tra loro c’erano gli ebrei colpiti dalle leggi razziali del 1938 e i più di mille ebrei romani rastrellati il 16 ottobre 1943, di cui tornarono in sedici. Chi oggi si dichiara erede di quella memoria e insieme ne riproduce i metodi, l’intimidazione, il nemico senza volto, la piazza che processa, compie un rovesciamento che dovrebbe inquietare tutti. La risposta cristiano-democratica non è il silenzio sulla sofferenza di Gaza, né la difesa d’ufficio di ogni governo israeliano. È quella di Giorgio La Pira, che chiamava i figli di Abramo allo stesso tavolo: sostenere chi in Israele vota per il dialogo e chi tra i palestinesi rifiuta Hamas. E difendere qui la piazza come luogo della parola, contro chi vuole farne un tribunale. Le vittime del fascismo del Novecento non meritano che, in loro nome, si torni ai metodi dei loro carnefici.