di Ignazio Catauro – Viviamo in un tempo in cui la realtà non è più soltanto ciò che accade, ma ciò che appare, ciò che circola, ciò che viene condiviso. È come se il mondo avesse sviluppato un suo doppio, più brillante, più ordinato, più coinvolgente, e spesso più convincente del mondo vero. Questo doppio è ciò che possiamo chiamare “Irreality”, un territorio in cui le percezioni diventano fatti, le immagini diventano prove e le narrazioni diventano certezze. Non si tratta di un inganno, né di una bugia collettiva, ma di un modo nuovo di costruire il reale, un modo che nasce dal bisogno di trovare senso in un’epoca che produce informazioni più velocemente di quanto riusciamo a comprenderle. Per capire come funziona l’Irreality basta osservare la vita quotidiana. Quando scorriamo un social e vediamo la foto perfetta di una vacanza, quella immagine diventa più reale della vacanza stessa. Non sappiamo se quel momento è durato un secondo o se dietro c’è una giornata storta per chi ha prodotto quell’immagine, ma ciò che vediamo è ciò che crediamo. Oppure pensiamo alle discussioni online, quando un’affermazione ripetuta mille volte, anche senza prove, finisce per sembrare credibile, non perché sia vera, ma perché è familiare; e la familiarità, oggi, pesa più della verifica. L’Irreality cresce soprattutto dove ci sono comunità che cercano un punto fermo, dove proliferano gruppi che condividono le stesse paure, gli stessi desideri, le stesse aspettative. In questi spazi, il racconto di un immaginario condiviso diventa un rifugio. Se un gruppo di persone è convinto che un certo fenomeno sia pericoloso, anche senza evidenze, quella convinzione diventa un fatto operativo, q dunque orienta comportamenti, scelte e le stesse singole identità. È lo stesso meccanismo che porta alcuni a credere che un personaggio pubblico sia “malvagio” o “salvifico” sulla base di poche immagini, di un video virale, di un racconto emotivo, non importa la complessità del reale, importa la coerenza della storia. Gli algoritmi amplificano tutto questo, non perché vogliano manipolare, ma perché sono progettati per mostrarci ciò che ci interessa. Se clicchiamo su un contenuto, ne vedremo altri simili, se commentiamo un tema, quel tema ci seguirà ovunque. Così la nostra percezione del mondo diventa un corridoio stretto, un percorso guidato che ci restituisce solo ciò che conferma ciò che già pensiamo; è come vivere in una stanza con specchi che riflettono sempre la stessa immagine, e naturalmente, a forza di vederla, finiamo per crederla l’unica possibile. Ed ecco che l’Irreality non diviene solo un fenomeno individuale, ma assume anche una forte connotazione politica. Quando gruppi diversi vivono in realtà diverse, diventa difficile trovare un terreno comune, è naturale prevedere che non si discuterà più su opinioni differenti, ma su mondi differenti, sempre più stesso tra di loro lontani e inconciliabili oltre che incomprensibili. È come se due persone guardassero lo stesso cielo e una vedesse nuvole mentre l’altra vedesse un sole splendente. E allora, a questo stadio della mediazione, non è un problema di interpretazione, piuttosto diviene un problema di percezione; e quando la percezione diventa identità, ogni critica viene vissuta come un attacco personale. Eppure, l’Irreality non è soltanto un rischio, è anche una prova della nostra capacità di immaginare, di creare, di costruire significati, in quanto, in un certo senso potremmo interpretarla anche quale forma contemporanea del mito, non nel senso di una favola, ma nel senso antropologico di una tessitura narrativa che dà ordine al caos. Del resto le società hanno sempre creato storie per orientarsi, e oggi si deve riconoscere che lo fanno attraverso immagini, video, post, comunità digitali, in questo senso l’Irreality si costruisce come quel modo in cui cerchiamo di dare un senso a un mondo che cambia troppo in fretta. E allora, comprendere l’Irreality significa riconoscere che la realtà non è più un blocco unico, ma un mosaico di percezioni, significa accettare che ciò che vediamo non è tutto ciò che esiste, e che ciò che crediamo non è sempre ciò che accade. Significa, soprattutto, imparare a muoversi tra questi mondi senza perdere il contatto con quello che ci sostiene davvero, ovvero l’esperienza, il dialogo, la complessità. Perché l’Irreality può essere un rifugio, ma non può essere una casa, e il compito della comunicazione, oggi, è proprio questo: quello di aiutarci a distinguere tra ciò che sembra reale e ciò che lo è davvero, e nello stesso tempo distinguere ciò che ci rassicura e ci seduce da ciò che ci orienta e ci sostiene nella nostra vita quotidiana.
di Ignazio Catauro

