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Mario Adinolfi agli arresti domiciliari: inchiesta della Procura di Roma per presunta truffa ed evasione fiscale

In CRONACA, IN EVIDENZA, REGIONI
Luglio 08, 2026
Al centro delle indagini la cosiddetta "scommessa collettiva": secondo gli inquirenti il presunto sistema avrebbe causato un danno di circa cinque milioni di euro. Contestata anche un'evasione fiscale da 400 mila euro.

Mario Adinolfi è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura di Roma con le accuse, allo stato delle indagini, di truffa ed evasione fiscale. La notizia è stata anticipata da La Repubblica e riguarda un’indagine sulla cosiddetta “scommessa collettiva“, iniziativa fondata dallo stesso Adinolfi. Secondo l’ipotesi accusatoria, attraverso il club sarebbero stati raccolti milioni di euro da investitori privati ai quali venivano prospettati rendimenti legati alle scommesse sportive, con guadagni fino al 40% annuo e la garanzia della restituzione del capitale investito. Stando a quanto ricostruito dagli investigatori, numerosi partecipanti non avrebbero però ottenuto la restituzione delle somme versate. Per questo motivo la Procura ritiene che il presunto sistema abbia provocato un danno economico complessivo vicino ai cinque milioni di euro. Oltre all’ipotesi di truffa, gli inquirenti contestano anche un’evasione fiscale quantificata in circa 400 mila euro, somma che sarebbe emersa nel corso degli accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza. L’inchiesta è tuttora in corso e saranno i successivi sviluppi investigativi e l’eventuale processo a chiarire le responsabilità dei soggetti coinvolti. Al momento, le contestazioni rappresentano l’impianto accusatorio formulato dalla Procura e dovranno essere valutate nelle sedi giudiziarie competenti, nel pieno rispetto del principio della presunzione di innocenza garantito dall’ordinamento italiano. Nelle prossime ore potrebbero emergere ulteriori dettagli sull’indagine, comprese eventuali dichiarazioni della difesa e gli elementi contenuti negli atti depositati dall’autorità giudiziaria.

di Marco Iandolo