Giudizi contrastanti e spesso esasperati sull’ultimo film di Paolo Sorrentino. Da una parte quelli che sono in simbiosi con la visione del mondo del regista e gli altri che gli addebitano di tutto dallo scimmiottare Fellini o Antonioni e talvolta a ragione, all’utilizzo della volgarità apparentemente inutile, ma soprattutto essere inconcludente e non farsi capire. Questo scritto non è e non può essere una critica cinematografica perché non è sorretta da specifiche competenze e professionalità al riguardo, è solo l’esternazione delle sensazioni (sentimenti?) che il film ha lasciato in uno spettatore attento e ben disposto verso il regista al quale si conferma la stima per le sue qualità e peculiarità. Il film Parthenope è sicuramente uno spaccato della storia recente della città di Napoli e un excursus nella vita del regista. L’occasione è costituita dal personaggio della protagonista che paradigmaticamente sta a rappresentare la città. Come la città viene partorita nel mare, e dal mare si irradia come una sirena, ma inafferrabile per tutti. Nessuno riesce veramente a possederla nell’amore, solo personaggi fuori da ogni regolarità di vita la attraggono veramente. Chi la ama con sentimenti tradizionali finisce col fare una brutta fine, come il fratello-innamorato. La protagonista Parthenope domina gli uomini con ammiccamenti ma non si concede se non ad un personaggio laido, ottima interpretazione di un bravo Peppe Lanzetta. Ed anche in questo concedersi si ritrova l’equazione tra Parthenope e la città; sono ambedue apparentemente consenzienti a farsi conquistare ma in realtà solo il male (o il demonio) le attraggono. Parthenope rifiuta la maternità e la sentirà come una colpa quando il suo mentore prof. Marotta, come sempre un eccezionale Silvio Orlando, si rivelerà un padre premuroso e affettuoso verso un figlio dalle sembianze mostruose, sempre un emblema rappresentante la città di Napoli, e che l’amore del padre rende in ogni caso un essere felice, proprio perché amato. Non manca la presenza della camorra, ammaliatrice e conquistatrice di diseredati ai quali viene però assicurato un barlume di benessere, anche se momentaneo ed effimero. Una camorra accattivante fuori e terribile dentro, espressione negativa come la diva, nella quale in molti hanno pensato di riconoscere Sofia Loren, interpretata da una particolarmente brava Luisa Ranieri. Il personaggio della pseudo Loren odia Napoli e i napoletani anche se grazia alla sua napoletanità ha conquistato il successo, ma soprattutto la ricchezza alla quale è profondamente attaccata. Ogni scena, ogni inquadratura ha un senso, una motivazione, contiene una spiegazione e tutto ciò obbliga lo spettatore ad una concentrazione assoluta ed uno sforzo di compenetrazione con il regista che per molti costa troppa fatica. Ma dall’immedesimazione con il mondo del regista, con le sue visioni della vita, nascono anche cammei preziosi, come la definizione di cosa sia l’antropologia che viene rivelata dal prof. Marotta e consistente nel “vedere”, sì vedere finalmente tutto quello che ci circonda senza orpelli e nella nudità e tragicità delle cose e nella consapevolezza di una solitudine cosmica per coloro che non hanno voluto o saputo amare. Ed anche per il pubblico rispetto al regista si prospetta lo stesso paradigma: se lo ami e cerchi di capirlo potrai apprezzarne la passione e l’amore che porta a Napoli e all’umanità, se non sei aderente alla sua filosofia, non potrai comprenderlo. Sorrentino torna fanciullo pronto alla gioia, nella semplicità, con la scena finale, di felliniana impostazione: uno strano carro a forma di nave che trasporta i calciatori della squadra del Napoli reduci dalla conquista dello scudetto. Sorride anche la protagonista, purtroppo consapevole di aver giocato male la partita della vita.
di Domenico Salerno
