
In un Medio Oriente troppo spesso raccontato solo attraverso la lente del conflitto, Petra rappresenta un controcanto potente: quello della lunga durata della civiltà, dello scambio culturale, della capacità umana di costruire bellezza e ordine anche nel deserto. Ma oggi questa meraviglia universale è messa alla prova da sfide enormi: il turismo di massa, il cambiamento climatico, la fragilità geopolitica della regione. Governare Petra significa camminare su un crinale sottile tra tutela scientifica e pressione economica, tra apertura globale e identità locale, tra passato e futuro. Ne parliamo con Yazan Kamel Mahadin, Direttore del Petra Archaeological Park & Tourism, una delle figure chiave nella gestione di uno dei patrimoni più preziosi e vulnerabili dell’umanità. Con lui abbiamo discusso di narrazione e responsabilità, di diplomazia culturale, di modelli di sostenibilità, ma anche di possibili alleanze ideali e concrete tra Petra e i grandi parchi archeologici italiani, da Pompei a Ercolano. Un dialogo che va oltre l’archeologia e interroga il nostro tempo: che cosa possono ancora insegnarci le città antiche? E siamo davvero all’altezza di custodirle per il futuro?
Petra è spesso raccontata come una “città di pietra”, ma in realtà era un sofisticato sistema urbano e idraulico, ritiene che la narrazione turistica internazionale semplifichi eccessivamente la complessità storica del sito?
Dal mio punto di vista di architetto, architetto del paesaggio e Direttore del Petra Archaeological Park & Tourism, ritengo che Petra venga spesso ridotta, nelle narrazioni turistiche internazionali, all’immagine di una “città di pietra” — una definizione che non coglie pienamente la sua reale complessità. Petra non era semplicemente scolpita nella roccia; era una civiltà urbana altamente sofisticata, pianificata con grande attenzione in armonia con il paesaggio circostante. I Nabatei padroneggiavano la gestione dell’acqua, l’ingegneria idraulica, la modellazione del territorio e l’adattamento climatico, rendendo possibile la prosperità di una grande città in un ambiente estremamente arido. Questa integrazione tra architettura, paesaggio e infrastrutture rappresenta il vero genio di Petra. Se da un lato una narrazione semplificata può aiutare a presentare Petra a un pubblico globale, dall’altro rischia di oscurarne la profondità tecnologica, ambientale e culturale. In qualità di Direttore, considero una nostra responsabilità orientare il racconto globale: dai monumenti iconici a una comprensione più profonda di Petra come città viva, resiliente e progettata in modo intelligente. In questo modo, Petra non solo viene compresa meglio dal punto di vista storico, ma viene anche riposizionata come modello senza tempo di sostenibilità, integrazione paesaggistica e dialogo culturale — valori oggi più che mai essenziali nel mondo contemporaneo.
Petra è uno dei siti archeologici più celebri al mondo, ma anche uno dei più fragili, qual è oggi la principale minaccia alla sua conservazione: il turismo di massa, il cambiamento climatico o l’instabilità geopolitica dell’area?
Petra è senza dubbio uno dei siti archeologici più celebri al mondo, ma la sua fama globale comporta anche una responsabilità straordinaria. A mio avviso, la sfida principale oggi non è rappresentata da una singola minaccia, bensì dall’impatto combinato del turismo di massa, del cambiamento climatico e delle dinamiche geopolitiche regionali. Il turismo di massa, se non gestito con attenzione, esercita una pressione fisica costante su percorsi, monumenti e fragili formazioni rocciose. È proprio per questo che stiamo attualmente lavorando a uno studio completo sulla gestione dei flussi di visitatori nel Petra Archaeological Park, finalizzato a comprendere la capacità di carico, i movimenti dei visitatori, i picchi di pressione e le modalità per bilanciare l’accesso con la conservazione a lungo termine. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico rappresenta un rischio più profondo e di lungo periodo, poiché accelera l’erosione, intensifica le piene improvvise e aumenta gli estremi termici che incidono direttamente sia sul tessuto archeologico sia sul paesaggio circostante. L’instabilità geopolitica, pur essendo spesso meno visibile sul terreno, può influire sulla continuità dei finanziamenti, sulla pianificazione a lungo termine e sul livello di cooperazione internazionale necessario per una conservazione efficace. Attraverso la Petra Development and Tourism Region Authority, la nostra responsabilità è affrontare queste sfide mediante una gestione integrata e adattiva, bilanciando l’esperienza dei visitatori con la pianificazione scientifica, rafforzando la resilienza climatica e consolidando le partnership internazionali. Preservare Petra significa, in ultima analisi, preservare la nostra umanità condivisa: è un onore e al tempo stesso una responsabilità collettiva servire e proteggere questo luogo straordinario.
Come si governa l’equilibrio tra tutela scientifica e sfruttamento turistico, soprattutto in un luogo che attira milioni di visitatori e che è diventato un’icona globale?
Dal mio punto di vista di architetto e architetto del paesaggio, questo equilibrio può essere raggiunto solo attraverso una pianificazione basata su dati concreti e guidata dalla scienza. La conservazione deve essere sempre il fondamento, sostenuta dalla ricerca, dal monitoraggio e dagli standard internazionali, mentre il turismo va gestito con attenzione per rispettare la capacità di carico del sito e la sua resilienza nel lungo periodo. Attraverso la Petra Development and Tourism Region Authority, lavoriamo per passare da una gestione reattiva a una governance proattiva. Ciò significa regolamentare i flussi di visitatori, diversificare le esperienze al di là delle aree di maggiore concentrazione, investire nell’interpretazione e nell’educazione, e garantire che i proventi del turismo sostengano direttamente la conservazione e le comunità locali. Il turismo non dovrebbe sfruttare Petra; dovrebbe sostenerla. In definitiva, se gestito in modo responsabile, il turismo diventa un alleato della tutela piuttosto che una minaccia. Preservare Petra non significa solo salvaguardare pietre e paesaggi, ma anche proteggere la nostra umanità condivisa. Servire questo luogo e assicurarne la trasmissione alle generazioni future è al tempo stesso un onore e una responsabilità collettiva.
In un contesto mediorientale spesso segnato da conflitti, Petra può essere considerata uno strumento di diplomazia culturale? Se sì, in che modo dialoga con l’Occidente attraverso il patrimonio archeologico?
Petra può essere effettivamente compresa come un potente strumento di diplomazia culturale, proprio perché si colloca al di fuori del linguaggio del conflitto. La sua forza risiede nella capacità di comunicare attraverso il patrimonio piuttosto che attraverso la politica, e attraverso una storia condivisa piuttosto che tramite le divisioni contemporanee. Petra racconta una storia di apertura. Storicamente, è stata un crocevia di civiltà, collegando l’Arabia, il Mediterraneo, l’Africa e l’Asia attraverso il commercio, la tecnologia idrica e l’innovazione urbana. Questa eredità consente a Petra di dialogare con l’Occidente non come un “monumento esotico”, ma come testimonianza di un mondo antico profondamente interconnesso, in cui conoscenze, culture e progettazione circolavano liberamente tra le regioni. Oggi questo dialogo continua attraverso l’archeologia, la scienza della conservazione, l’educazione e lo scambio culturale. Ricercatori, istituzioni e visitatori occidentali incontrano Petra non solo come spettatori, ma come partner nella comprensione, tutela e interpretazione di un passato condiviso. Il sito invita a riflettere su valori comuni: ingegno, resilienza, adattamento alla natura e rispetto per la diversità culturale. Attraverso la Petra Development and Tourism Region Authority, cerchiamo di rafforzare questo ruolo posizionando Petra come uno spazio culturale neutrale, capace di favorire cooperazione, scambio di conoscenze e rispetto reciproco. In questo modo, Petra diventa più di un simbolo del passato: si trasforma in una piattaforma viva di dialogo, ricordandoci che il patrimonio ha il potere di connettere le società anche quando la politica non riesce a farlo.
Petra, Pompei ed Ercolano condividono una caratteristica fondamentale: sono città “cristallizzate” nel tempo, testimoni dirette di civiltà scomparse ma sorprendentemente moderne. Quali elementi accomunano, secondo lei, questi siti e quale tipo di sinergia culturale, scientifica o turistica potrebbe nascere tra Petra e i grandi parchi archeologici italiani? È immaginabile una rete internazionale di “città antiche” capace di parlare al mondo contemporaneo?
Ognuno di questi siti rappresenta una diversa risposta ambientale e culturale a sfide simili. Pompei ed Ercolano ci mostrano come funzionavano le città romane all’interno di un tessuto urbano e sociale denso, mentre Petra dimostra come una civiltà del deserto abbia saputo dominare il paesaggio, la scarsità d’acqua e la topografia per creare un centro urbano prospero. Insieme, formano una potente narrazione comparativa dell’ingegno umano attraverso climi, culture e geografie differenti. Il potenziale di sinergia tra Petra e i grandi parchi archeologici italiani è significativo. Dal punto di vista scientifico, esistono ampi margini di collaborazione nelle tecnologie di conservazione, nella gestione del rischio, negli studi sui visitatori e nella documentazione digitale. Sul piano culturale, mostre congiunte, programmi di ricerca e scambi accademici potrebbero contribuire a reinterpretare queste città non come rovine isolate, ma come capitoli interconnessi della civiltà globale. Dal punto di vista turistico, una cooperazione di questo tipo potrebbe favorire forme di viaggio più consapevoli e basate sulla conoscenza, piuttosto che sul consumo di massa. Credo fermamente che una rete internazionale di città antiche non sia soltanto immaginabile, ma necessaria. Una piattaforma globale che colleghi siti come Petra, Pompei ed Ercolano potrebbe parlare con grande forza al mondo contemporaneo, affrontando temi come la sostenibilità, la resilienza, la convivenza con la natura e la continuità culturale. Queste città non sono resti silenziosi del passato: sono aule permanenti, capaci di offrire lezioni di cui l’umanità ha urgente bisogno oggi.
Guardando al futuro, come immagina Petra tra venti o trent’anni? Più accessibile o più protetta? Più globale o più legata alla sua identità locale?
Guardando ai prossimi venti o trent’anni, non immagino Petra costretta a scegliere tra accessibilità e tutela, né tra dimensione globale e identità locale. Il futuro di Petra risiede proprio nella capacità di bilanciare in modo intelligente queste dimensioni. Petra dovrà essere più protetta — non chiudendosi, ma gestendo l’accesso in modo più consapevole. Ciò significa ridurre le pressioni sulle aree più sensibili, adottare sistemi di circolazione più intelligenti e offrire un’esperienza di visita basata sulla qualità piuttosto che sulla quantità. L’ accessibilità, in questo senso, sarà più inclusiva e significativa, supportata da strumenti interpretativi, soluzioni digitali ed esperienze alternative che consentano di entrare in relazione profonda con Petra senza sovraccaricarne il fragile tessuto fisico. Allo stesso tempo, Petra resterà globale nel suo messaggio, diventando però sempre più radicata nel proprio contesto locale. La sua rilevanza internazionale continuerà a crescere, ma il suo futuro dovrà essere inseparabile dalle comunità che vivono intorno ad essa, dalla loro cultura, dal loro sapere e dal loro senso di responsabilità. Una forte identità locale non è un limite: è ciò che conferisce a Petra autenticità, resilienza e continuità. In definitiva, immagino Petra come un paesaggio culturale esemplare: scientificamente tutelato, attentamente accessibile, connesso a livello globale e profondamente radicato a livello locale. Un luogo che continui a ispirare il mondo rimanendo fedele al proprio spirito, al proprio ambiente e alla propria gente — perché preservare Petra non significa soltanto proteggere il passato, ma anche plasmare il futuro in modo responsabile.
Grazie
di Giuseppe Di Giacomo





Petra Beyond the Myth: The Desert City That Teaches the World How to Govern the Future.
Interview with Yazan Kamel Mahadin, Commissioner of Petra Archaeological Park & Tourism.
In a Middle East too often narrated solely through the lens of conflict, Petra represents a powerful counterpoint: that of the long durée of civilization, of cultural exchange, of humanity’s capacity to build beauty and order even in the desert. Yet today this universal wonder is being tested by immense challenges: mass tourism, climate change, and the geopolitical fragility of the region. Governing Petra means walking a fine line between scientific preservation and economic pressure, between global openness and local identity, between past and future. We discuss these issues with Yazan Kamel Mahadin, Petra Archaeological Park & Tourism Commissioner, one of the key figures in the management of one of humanity’s most precious and vulnerable heritage sites. We spoke about narrative and responsibility, cultural diplomacy, models of sustainability, and also about possible ideal and concrete alliances between Petra and major Italian archaeological parks, from Pompeii to Herculaneum. A dialogue that goes beyond archaeology and questions our own time: what can ancient cities still teach us? And are we truly capable of safeguarding them for the future?
Petra is often described as a ‘stone city,’ but in reality it was a sophisticated urban and hydraulic system. Do you think the international tourist narrative oversimplifies the historical complexity of the site?
From my perspective as an architect, a landscape architect, and Commissioner of Petra Archaeological Park & Tourism, I believe that Petra is often reduced in international tourism narratives to the image of a “stone city”—a description that does not fully capture its true complexity. Petra was not simply carved from rock; it was a highly sophisticated urban civilization, meticulously planned in harmony with its surrounding landscape. The Nabataeans mastered water management, hydraulic engineering, land shaping, and climate adaptation, enabling a major city to thrive in an extremely arid environment. This integration of architecture, landscape, and infrastructure is the real genius of Petra. While simplified storytelling may help introduce Petra to a global audience, it risks overshadowing the site’s technological, environmental, and cultural depth. As Commissioner, I see it as our responsibility to shift the global narrative—from iconic monuments to a deeper understanding of Petra as a living, resilient, and intelligently designed city. By doing so, Petra is not only better understood historically, but also repositioned as a timeless model for sustainability, landscape integration, and cultural dialogue – values that are increasingly vital in today’s world.
Petra is one of the most famous archaeological sites in the world, but also one of the most fragile. Today, what is the greatest threat to its conservation: mass tourism, climate change, or geopolitical instability in the region?
Petra is indeed among the world’s most renowned archaeological sites, but its global fame also brings exceptional responsibility. In my view, the primary challenge today is not a single threat, but the combined impact of mass tourism, climate change, and regional geopolitical dynamics. Mass tourism, if not carefully managed, places continuous physical
pressure on paths, monuments, and fragile rock formations. This is precisely why we are currently working on a comprehensive crowd management study for Petra Archaeological Park—aimed at understanding carrying capacity, visitor flow, peak pressure points, and how to balance access with long-term conservation. At the same time, climate
change represents a deeper, long-term risk, accelerating erosion, intensifying flash floods, and increasing temperature extremes that directly affect both the archaeological fabric and the surrounding landscape. Geopolitical instability, while often less visible on the ground, can influence funding continuity, long-term planning, and the level of international cooperation required for effective conservation. Through the Petra Development and Tourism Region Authority, our responsibility is to address these challenges through integrated and adaptive management—balancing visitor experience with scientific planning, strengthening climate resilience, and reinforcing international partnerships.
Preserving Petra ultimately means preserving our shared humanity, and it is both an honor and a collective responsibility to serve and protect this extraordinary place.
How can the balance between scientific conservation and tourism development be governed, especially in a place that attracts millions of visitors and has become a global icon?
From my perspective as an architect and landscape architect, this balance can only be achieved through planning that is evidence-based and guided by science. Conservation must always be the foundation—supported by research, monitoring, and international standards—while tourism should be carefully managed to respect the site’s carrying capacity and long-term resilience. Through the Petra Development and Tourism Region Authority, we work to shift from reactive management to proactive governance. This means regulating visitor flows, diversifying experiences beyond peak areas, investing in interpretation and education, and ensuring that tourism revenues directly support conservation and local communities. Tourism should not exploit Petra; it should sustain it. Ultimately, when managed responsibly, tourism becomes a partner in protection rather than a threat. Preserving Petra is not only about safeguarding stones and landscapes—it is about preserving our shared humanity. Serving this place, and ensuring its transmission to future generations, is both an honor and a collective responsibility.
In a Middle Eastern context often marked by conflict, can Petra be considered a tool of cultural diplomacy? If so, how does it engage in dialogue with the West through its archaeological heritage?
Petra can indeed be understood as a powerful instrument of cultural diplomacy, precisely because it stands outside the language of conflict. Its strength lies in its ability to communicate through heritage rather than politics, and through shared history rather than contemporary divisions. Petra tells a story of openness. Historically, it was a crossroads of civilizations—linking Arabia, the Mediterranean, Africa, and Asia through trade, water technology, and urban innovation. This legacy allows Petra to engage with the West not as an “exotic monument,” but as evidence of a deeply interconnected ancient world where knowledge, culture, and design flowed freely across regions. Today, this dialogue continues through archaeology, conservation science, education, and cultural exchange. Western researchers, institutions, and visitors encounter Petra not only as spectators, but as partners in understanding, preserving, and interpreting a shared past. The site invites reflection on common values: ingenuity, resilience, adaptation to nature, and respect for cultural diversity. Through the Petra Development and Tourism Region Authority, we seek to reinforce this role by positioning Petra as a neutral cultural space—one that fosters cooperation, knowledge exchange, and mutual respect. In this way, Petra becomes more than a symbol of the past; it becomes a living platform for dialogue, reminding us that heritage has the power to connect societies even when politics cannot.
Petra, Pompeii, and Herculaneum share a fundamental characteristic: they are cities ‘crystallized’ in time, direct witnesses to vanished civilizations yet surprisingly modern. In your view, what elements do these sites have in common, and what kind of cultural, scientific, or tourism synergy could emerge between Petra and the major Italian archaeological parks? Is it conceivable to imagine an international network of ‘ancient cities’ capable of speaking to the contemporary world?
What unites Petra, Pompeii, and Herculaneum is not only the fact that they were frozen in time, but that they reveal civilizations that were deeply advanced in their understanding of urban life. These cities speak of infrastructure, water systems, social organization, public space, and daily life with a clarity that few archaeological sites can offer. They feel modern because they addressed human needs—mobility, comfort, beauty, resilience—in ways that remain relevant today. Each of these sites represents a different environmental and cultural response to similar challenges. Pompeii and Herculaneum show us how Roman cities functioned within a dense urban and social framework, while Petra demonstrates how a desert civilization mastered landscape, water scarcity, and topography to create a thriving urban center. Together, they form a powerful comparative narrative of human ingenuity across climates, cultures, and geographies. The potential for synergy between Petra and the great Italian archaeological parks is significant. Scientifically, there is room for collaboration in conservation technologies, risk management, visitor studies, and digital documentation. Culturally, joint exhibitions, research programs, and academic exchanges could help reinterpret these cities not as isolated ruins, but as interconnected chapters of global civilization. From a tourism perspective, such cooperation could encourage more reflective, knowledge-based travel rather than mass consumption. I do believe that an international network of ancient cities is not only imaginable, but necessary. A global platform connecting sites like Petra, Pompeii, and Herculaneum could speak powerfully to the contemporary world—about sustainability, resilience, coexistence with nature, and cultural continuity. These cities are not silent remnants of the past; they are enduring classrooms, capable of offering lessons that humanity urgently needs today.
Looking to the future, how do you imagine Petra in twenty or thirty years? More accessible or more protected? More global or more deeply rooted in its local identity?
Looking ahead twenty or thirty years, I do not see Petra forced into choosing between accessibility and protection, or between global presence and local identity. The future of Petra lies precisely in balancing these dimensions intelligently. Petra will need to be more protected—not by closing it off, but by managing access more wisely. This means fewer pressures on sensitive areas, smarter circulation, and a visitor experience shaped by quality rather than quantity. Accessibility, in this sense, will be more inclusive and meaningful, supported by interpretation, digital tools, and alternative experiences that allow people to engage deeply with Petra without overwhelming its physical fabric. At the same time, Petra will remain global in its message while becoming more rooted in its local context. Its international significance will continue to grow, but its future must be inseparable from the people who live around it, their culture, knowledge, and sense of stewardship. A strong local identity is not a limitation—it is what gives Petra authenticity, resilience, and continuity. Ultimately, I imagine Petra as a model heritage landscape: scientifically protected, thoughtfully accessible, globally connected, and locally grounded. A place that continues to inspire the world while remaining true to its spirit, its environment, and its people—because preserving Petra is not only about protecting the past, but about responsibly shaping its future.
Thanks
by Giuseppe Di Giacomo





