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Referendum Giustizia, vince il no: bocciata la riforma del Governo

In IN EVIDENZA, POLITICA
Marzo 23, 2026
Affluenza oltre il 58% e risultato netto: gli italiani respingono la separazione delle carriere e il nuovo assetto della magistratura. Il voto supera gli schieramenti politici e segna uno stop per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia si afferma con il 53,95% dei consensi, contro un Sì fermo al 46,05%. Non una sconfitta di misura, ma una bocciatura netta, maturata in un Paese che ha risposto con una partecipazione ampia e consapevole.  L’affluenza ha superato il 58% degli aventi diritto, un dato particolarmente significativo per una consultazione costituzionale priva di quorum. Non solo gli italiani sono andati a votare, ma lo hanno fatto con l’intenzione chiara di esprimersi nel merito della riforma. La distribuzione territoriale del voto conferma la portata del risultato. Secondo le stime, il No prevale in 14 regioni, mentre il Sì si afferma solo in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, senza però margini schiaccianti. Nel resto del Paese, la riforma è stata respinta in modo trasversale, intercettando consensi ben oltre il tradizionale perimetro del centrosinistra.  A trainare la partecipazione sono state soprattutto le regioni del Centro-Nord. Emilia-Romagna registra l’affluenza più alta (66,67%), seguita da Toscana (66,27%) e Umbria (65,05%). Ed è proprio nei territori dove si è votato di più che il No ha ottenuto i margini più ampi, rafforzando il significato politico del risultato. Il governo aveva puntato su una partecipazione elevata come segnale di sostegno alla riforma. Il dato finale ha invece ribaltato questa aspettativa. L’affluenza supera quella registrata nel referendum costituzionale italiano del 2020 e si avvicina ai livelli del referendum costituzionale italiano del 2006, anch’esso concluso con una netta bocciatura. Un precedente che oggi torna inevitabilmente nel confronto politico. Al centro del voto, più che le singole norme, c’è stata una valutazione complessiva sull’equilibrio tra poteri. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare sono stati percepiti da una parte significativa dell’elettorato come possibili elementi di vulnerabilità rispetto all’influenza politica. Il risultato consegna dunque un messaggio chiaro: non è stata premiata la promessa di maggiore efficienza del sistema giudiziario, ma ha prevalso la cautela verso modifiche ritenute potenzialmente rischiose per l’indipendenza della magistratura.  Per il governo si tratta di uno stop politico rilevante. Per il Paese, di una conferma: quando si interviene sull’assetto costituzionale della giustizia, il consenso non si costruisce solo sulla necessità di riformare, ma sulla fiducia nelle conseguenze del cambiamento.

di Fausto Sacco