di Ignazio Catauro – Un uomo subisce un attentato dinamitardo davanti a casa propria. Le indagini, mese dopo mese, risalgono a un mandante, si tratta di un amico di lunga data, che alla fine confessa. Il giudice per le indagini preliminari esclude esplicitamente che la vittima fosse a conoscenza del piano. Eppure, nelle settimane successive, non è il mandante a occupare il centro del dibattito pubblico ma la vittima. È lei a dover rispondere, a dover chiarire, a rischiare una sospensione professionale. È lei, in un rovesciamento che meriterebbe di essere studiato più che raccontato, a comparire come imputata della propria disgrazia. Il caso di Sigfrido Ranucci, conduttore Rai di Report, colpito da un attentato nell’ottobre 2025 e coinvolto, solo biograficamente, non giudiziariamente, nell’arresto per lo stesso fatto del suo amico Valter Lavitola, non è soltanto una vicenda di cronaca giudiziaria e politica. È un caso di scuola, nel senso più tecnico del termine, trattandosi di una configurazione in cui ogni mossa disponibile al soggetto, il silenzio, la difesa dell’amico, l’accusa nei suoi confronti, viene interpretata come conferma di una colpa che nessun atto processuale gli attribuisce. Per capire come si arrivi a una struttura simile non basta la cronaca. Serve uno sguardo capace di riconoscere, dietro la sequenza degli eventi, meccanismi collettivi e individuali che la riflessione filosofica, la psicologia e la sociologia studiano da oltre un secolo, pur senza che nessuno di questi campi li abbia mai applicati, prima d’ora, a un caso con tratti così puri. Riassumiamo l’essenziale, perché ogni lettura interpretativa che segue si fonda su questi elementi e non su altri. Nell’ottobre 2025 un ordigno esplode davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. A fine giugno 2026 vengono arrestati quattro presunti esecutori materiali. All’inizio di agosto viene arrestato anche Valter Lavitola, amico da decenni del giornalista, come presunto mandante; secondo la ricostruzione del gip, l’obiettivo sarebbe stato accrescere la popolarità di Ranucci e favorirne un’eventuale ascesa politica. Interrogato, Lavitola ammette il proprio ruolo, pur fornendo una versione parzialmente diversa da quella contestata. Il giudice esclude in modo esplicito che vi siano elementi per ritenere che Ranucci fosse a conoscenza del piano. Agli atti risulta anche una lunga telefonata, nella notte tra il 4 e il 5 luglio, subito dopo una perquisizione a carico di Lavitola, una conversazione che il gip giudica rilevante perché avrebbe fornito all’indagato elementi utili a rendere meno solido il quadro accusatorio a suo carico. Nel frattempo, sul piano istituzionale, la Rai sospende le repliche estive del programma, un comitato etico interno avvia verifiche, ed esponenti di governo chiedono pubblicamente l’allontanamento del conduttore dalla trasmissione, richiesta a cui si oppongono sindacati di categoria e ordine professionale. Sono fatti che, presi singolarmente, non spiegano l’intensità della reazione collettiva che hanno prodotto. È qui che l’analisi deve cambiare passo. Esiste, nella storia del pensiero sulle crisi collettive, un’osservazione ricorrente, ovvero le comunità attraversate da una tensione forte, un attacco, uno scandalo, una minaccia percepita, tendono a scaricarla non sul colpevole più ovvio, ma su una figura ambivalente. Non un responsabile conclamato, perché la colpevolezza reale chiuderebbe il caso troppo in fretta, senza permettere la catarsi che la collettività sta cercando; ma qualcuno abbastanza vicino all’evento da poter essere sospettato, senza esserne l’autore accertato. Ranucci occupa esattamente questa posizione, perché troppo legato a Lavitola per essere ritenuto estraneo alla vicenda nell’immaginario pubblico, ma nello stesso troppo privo di riscontri giudiziari per essere formalmente accusato. A questo si affianca un secondo meccanismo, ancora più antico, quello che in molte culture l’impurità si trasmette per contatto, non per atto. Non serve aver commesso un’azione per essere ritenuti “contaminati” basta essere stati in prossimità della fonte del pericolo. È una logica pre-giuridica, ma sopravvive con sorprendente vigore nel modo in cui il dibattito pubblico tratta i legami personali dei protagonisti di uno scandalo. In questa chiave, la sospensione di puntate già trasmesse e già sottoposte a controllo editoriale, decisione contestata anche da consiglieri Rai non riconducibili alla maggioranza di governo, assomiglia meno a una misura cautelare razionale e più a un rito di purificazione simbolica: allontanare temporaneamente ciò che è stato toccato dal contagio, indipendentemente dal suo contenuto effettivo. C’è un’intuizione, elaborata dalla filosofia morale contemporanea, particolarmente utile per leggere questa vicenda, dove la posizione morale di una persona può essere ridefinita retroattivamente da eventi che quella persona non ha causato né potuto controllare. L’esempio più citato è quello di due automobilisti ugualmente distratti al volante, di cui uno investe un bambino comparso all’improvviso e l’altro no: le loro colpe soggettive sono identiche, eppure il giudizio morale che riceveranno sarà radicalmente diverso, per un fattore pregiudiziale, quello della comparsa del bambino, del tutto estraneo alla loro volontà. È quella che si può chiamare, con un ossimoro solo apparente, una sfortuna morale. Applicato al caso in esame, il meccanismo è analogo: la scoperta che Lavitola fosse il mandante non aggiunge nulla ai fatti compiuti da Ranucci, che restano, allo stato degli atti, quelli di una vittima e di un amico ignaro, eppure ridefinisce radicalmente la sua posizione pubblica. È importante, qui, tracciare una linea netta che queste pagine non intendono superare, sul piano giudiziario non risulta alcun elemento di coinvolgimento. Ciò che questa chiave di lettura aiuta a comprendere non è una colpa reale, ma il meccanismo per cui l’opinione pubblica tende a trattare la prossimità a un evento grave come se fosse essa stessa un fattore di responsabilità. Eppure il nodo più delicato, e anche il più umano, della vicenda è rappresentato dalla domanda: perché Ranucci non ha mai preso pubblicamente le distanze da Lavitola, nemmeno dopo la sua confessione? È una domanda legittima, posta non solo dagli osservatori ma anche da esponenti politici, e merita una risposta che non sia né accusatoria né reticente. Una parte della riflessione sociologica sui legami personali distingue la fedeltà dall’affetto spontaneo, la fedeltà è propriamente un atto della volontà, che si rinnova proprio quando diventa socialmente costoso mantenerlo, altrimenti sarebbe soltanto inerzia emotiva. Rompere pubblicamente con un amico di vent’anni nel momento di massima esposizione mediatica avrebbe un costo psicologico enorme, ed è proprio in quel momento che un legame di questo tipo si mette davvero alla prova, più che nei momenti facili. A questo si aggiunge un’osservazione più recente della psicologia clinica sul tradimento subito da figure di fiducia, quando il danno proviene da qualcuno da cui dipendiamo, affettivamente o socialmente, la mente tende a non elaborare pienamente il tradimento, proprio per preservare il legame necessario alla propria stabilità. Non si tratta di un meccanismo patologico, ma di una strategia difensiva comune, osservata in molti contesti diversi da quello, familiare, in cui è stata inizialmente descritta. Coerente con questa lettura è quanto emerge dagli stessi atti d’indagine: i tentativi, documentati, di Ranucci di trovare spiegazioni innocue alla presenza di Lavitola nei pressi della propria abitazione nelle settimane precedenti l’attentato, un comportamento tipico di un più generale meccanismo psicologico di riduzione della dissonanza, che si manifesta quando due convinzioni (“il mio migliore amico” e “il mandante del mio attentato”) sono incompatibili, la mente cerca attivamente informazioni che le rendano di nuovo compatibili. Va detto con altrettanta onestà che esiste una lettura opposta, sostenuta pubblicamente da alcuni esponenti di governo, ovvero che il silenzio prolungato non sarebbe trauma ma reticenza, non protezione psicologica del legame ma protezione strategica di sé. La scienza del comportamento non scioglie questa alternativa, offre però una spiegazione plausibile e non ideologica di un comportamento che, altrimenti, apparirebbe incomprensibile o sospetto per default. Spostiamo ora lo sguardo dall’individuo al sistema che lo elabora. Esiste una sequenza, descritta con precisione dagli studi sui fenomeni di allarme sociale, che si ripete con regolarità impressionante ogni volta che una società attraversa un episodio perturbante, l’evento, la sua amplificazione mediatica, l’identificazione di una figura simbolica su cui concentrare l’ansia collettiva, la richiesta di un intervento istituzionale che ristabilisca l’ordine percepito. La sequenza attentato–sospensione delle repliche–richieste politiche di allontanamento la ricalca con una fedeltà quasi manualistica. Un tassello ulteriore riguarda il modo in cui le istituzioni gestiscono, più che il danno reale accertato, la sua visibilità pubblica. Le indiscrezioni su un diffuso disagio ai vertici Rai per le possibili ricadute pubblicitarie della vicenda, più che per gli esiti dell’inchiesta giudiziaria, sono coerenti con questa lettura, non si amministra un fatto, si amministra la sua percezione. Infine, uno stesso fatto può essere raccontato in modi opposti a seconda della cornice interpretativa con cui viene presentato al pubblico: è quanto accade con l’arresto di Lavitola, incorniciato da destra come conferma di una vicenda torbida da chiarire fino in fondo, e da sinistra come prova che l’intera parabola di Ranucci sia stata orientata da una lettura di parte del potere. Entrambe le cornici usano lo stesso materiale fattuale per confermare narrazioni preesistenti, un’osservazione che vale, va detto con equilibrio, per entrambi gli schieramenti impegnati nella battaglia interpretativa. I quattro meccanismi descritti non si escludono a vicenda, e la loro compresenza è probabilmente la chiave per capire perché questa vicenda continui a produrre così tanta energia pubblica a fronte di così pochi fatti nuovi accertati. Può coesistere una fedeltà psicologicamente comprensibile con un apparato mediatico-politico che produce capri espiatori secondo una logica sociale ben nota e, separatamente da entrambi questi piani, delle domande giornalistiche legittime, non ancora del tutto risolte, sul comportamento tenuto da Ranucci in alcuni momenti chiave dell’inchiesta. Ciò che li unisce tutti è la struttura logica enunciata nel titolo: un contraddittorio impossibile, in cui ogni risposta disponibile, tacere, difendere, accusare, viene assorbita dal sistema interpretativo come ulteriore prova a carico. Non è detto che si tratti di un disegno intenzionale di nessuno dei protagonisti coinvolti. È più probabile, ed è la tesi di questo scritto, che si tratti di un meccanismo strutturale, che precede le intenzioni dei singoli attori, e dove le comunità hanno bisogno della propria vittima designata, indipendentemente da ciò che quella vittima ha realmente fatto.

