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Avellino, il PD che non vive più nei territori

In AVELLINO, CAMPANIA, POLITICA
Gennaio 18, 2026
Ad Avellino e in Irpinia la crisi non è organizzativa, ma politica e culturale: senza comunità, resta solo l’apparato.

“La crisi del Partito Democratico ad Avellino e nella sua provincia non può essere spiegata come una semplice difficoltà organizzativa o come l’effetto di una fase elettorale sfavorevole. È una crisi più profonda, politica e culturale, che nasce dalla progressiva rinuncia al confronto e dalla conseguente espulsione silenziosa della militanza più attiva e motivata.  Quando un partito smarrisce il proprio ruolo di direzione morale e intellettuale, può anche continuare a esistere formalmente, ma cessa di vivere politicamente. È ciò che è accaduto alla comunità democratica irpina: i circoli, un tempo luoghi di discussione e di elaborazione collettiva, si sono svuotati o ridotti a semplici sigle, funzionali alle ambizioni di singoli notabili. Non producono più una volontà collettiva, ma conservano, al massimo, reti di relazioni personali. Questo svuotamento non è casuale. Il partito ha progressivamente rinunciato a essere un luogo di formazione e di partecipazione, adattandosi a una funzione puramente gestionale. Non organizza più il consenso, lo contabilizza; non costruisce un’idea di società, ma si limita ad adattarsi ai trend. In questo modo il simbolo perde il suo contenuto ideale e diventa un marchio, utilizzabile ovunque, scollegato dai bisogni reali del territorio. Avellino e l’Irpinia cessano così di essere comunità storiche concrete e diventano semplici spazi in cui applicare decisioni prese altrove. Con le liste bloccate, questa pratica assume i tratti di una vera e propria subalternità politica. Intanto, però, la vita reale peggiora: scuola, sanità, lavoro, servizi sociali restano problemi irrisolti, mentre il partito si allontana sempre più dalla società che dovrebbe rappresentare.  Un partito che seleziona i suoi dirigenti sulla base della fedeltà personale e dell’appartenenza a reti di potere, e non attraverso militanza, studio e lavoro nei territori, non può che produrre mediocrità. I giovani non vengono formati, ma addestrati all’obbedienza; la critica è vissuta come un pericolo; l’impegno disinteressato viene scoraggiato. La politica non è un calcolo automatico, ma una pratica paziente e artigianale, fatta di ascolto, presenza e passione. Senza una profonda ricostruzione della propria funzione culturale e senza il ritorno a una vita reale nei territori, il Partito Democratico continuerà a esistere solo come nome e come simbolo. Perché un partito vive solo se organizza una comunità. Quando questa funzione viene meno, resta soltanto l’apparato” così Pellegrino Palmieri.

dalla redazione