Non è stato soltanto un comizio conclusivo di campagna elettorale. Quello andato in scena in Piazza Libertà per sostenere la candidatura di Nello Pizza ha assunto il valore di una rappresentazione politica e simbolica destinata a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva dell’Irpinia moderata e cattolico-democratica. Sul palco, il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni intona “Bella Ciao”, il canto simbolo della tradizione partigiana e della sinistra radicale italiana. Sotto il palco applausi, entusiasmo, bandiere. Tra i presenti anche Maurizio Petracca, esponente politico proveniente da quella cultura centrista e cattolica che per decenni ha rappresentato l’ossatura politica dell’Irpinia. È bastata un’immagine, una canzone, pochi minuti di palco per dare a molti la percezione di una fine storica. Perché la terra di Fiorentino Sullo, Ciriaco De Mita, Nicola Mancino, Gerardo Bianco, Ortenzio Zecchino e Giuseppe Gargani non era mai stata semplicemente un territorio amministrato dalla Democrazia Cristiana. Era una vera e propria cultura politica: quella del cattolicesimo popolare, del moderatismo sociale, della mediazione, della centralità delle istituzioni e del dialogo tra mondi diversi. Una tradizione che oggi appare definitivamente dissolta dentro contenitori politici che hanno progressivamente smarrito identità, radici e riferimenti culturali originari. La scena di Piazza Libertà, agli occhi di molti ex dirigenti e militanti democristiani, ha assunto il valore di un passaggio epocale: gli eredi politici della tradizione cattolica irpina che applaudono mentre sul palco si canta il brano simbolo della sinistra militante. Non una semplice alleanza elettorale, ma un ribaltamento culturale che fino a pochi anni fa sarebbe apparso impensabile. Non è in discussione la legittimità democratica delle scelte politiche o delle coalizioni. La politica evolve, cambia linguaggi, supera steccati ideologici. Ma esistono simboli che pesano più delle parole. E “Bella Ciao” cantata nel cuore di Avellino, davanti agli eredi della grande tradizione democristiana irpina, rappresenta per molti uno di quei simboli destinati a restare. Per tanti cattolici democratici avellinesi, cresciuti sotto il simbolo dello scudo crociato e sentimentalmente legati a quella che veniva chiamata “mamma Dc”, quella serata ha avuto il sapore amaro di una resa definitiva. La sensazione che una storia politica, culturale e persino antropologica sia arrivata al proprio epilogo. Perché in Irpinia la Democrazia Cristiana non è stata soltanto un partito. È stata classe dirigente, formazione amministrativa, riferimento sociale, rete umana, ascensore sociale, visione del territorio. Ed è forse per questo che quelle note, risuonate in Piazza Libertà tra applausi e slogan elettorali, hanno provocato più di una semplice polemica politica. Hanno evocato la percezione di una fine. La fine della lunga stagione dei cattolici democratici irpini.
di Marco Iandolo

