L’esonero di Raffaele Biancolino dalla panchina dell’U.S. Avellino 1912 è una decisione che nasce soprattutto da valutazioni tecnico-tattiche, oltre che dai risultati. Dopo la brillante promozione in Serie C, il passaggio in Serie B ha messo in evidenza limiti strutturali che la squadra non è riuscita a superare. Biancolino ha mantenuto un’impostazione propositiva, basata prevalentemente sul 4-3-3, con pressing alto e ricerca costante dell’ampiezza offensiva. Un sistema efficace nella categoria inferiore, ma che in Serie B ha mostrato criticità importanti: difficoltà nella costruzione dal basso contro pressing organizzati, scarsa connessione tra centrocampo e attacco e una manovra offensiva spesso prevedibile, fondata quasi esclusivamente sui cross. Ancora più evidenti i problemi nella fase di non possesso. Il pressing alto, poco coordinato, ha lasciato la linea difensiva frequentemente esposta, con spazi tra i reparti e una gestione fragile delle transizioni negative. L’Avellino ha sofferto soprattutto le ripartenze avversarie e le seconde palle, pagando un’organizzazione difensiva non sempre all’altezza della categoria. A incidere sulla scelta della società è stata anche la gestione dei momenti della gara: difficoltà nel difendere i vantaggi, poca incisività nelle rimonte e letture tattiche non sempre efficaci nei cambi a partita in corso. A questo si è aggiunto un progressivo calo di fiducia, amplificato dalla pressione di una piazza esigente e dalle aspettative legate alla promozione. L’esonero di Biancolino rappresenta quindi la fine di un ciclo identitario, ma anche l’inizio di una nuova fase. La società punta ora su maggiore pragmatismo, solidità difensiva e equilibrio, elementi ritenuti fondamentali per centrare l’obiettivo prioritario: la permanenza in Serie B. In un campionato dove contano più la compattezza e la gestione delle transizioni che il gioco propositivo, l’Avellino ha scelto di cambiare rotta per garantire stabilità al proprio progetto tecnico.
di Mat. Lib.

