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Da Barcellona nuova flottiglia per Gaza: a bordo anche Greta Thunberg.

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Settembre 02, 2025
Ad Israele si prepara l’offensiva su Gaza City e la mobilitazione dei riservisti

Una flottiglia di circa 20 imbarcazioni con attivisti provenienti da 44 Paesi è salpata lunedì sera dal porto di Barcellona, diretta verso Gaza con aiuti simbolici e la richiesta di un corridoio umanitario marittimo. Tra i partecipanti figura anche l’attivista per il clima Greta Thunberg. La missione, denominata Global Sumud Flotilla, aveva tentato di partire già domenica, ma era stata costretta a rientrare in porto a causa del maltempo, con venti fino a 56 km/h che avrebbero messo a rischio le imbarcazioni più piccole. L’iniziativa è la più vasta finora per tentare di rompere il blocco navale imposto da Israele ed Egitto alla Striscia di Gaza dal 2007, dopo la presa di potere di Hamas. Domenica migliaia di sostenitori filo-palestinesi si erano radunati al vecchio porto di Barcellona per salutare la flottiglia. “Libera, libera la Palestina”, hanno gridato alcuni attivisti al momento della partenza. Non è la prima volta che Greta Thunberg tenta di raggiungere le acque di Gaza: a giugno era stata espulsa da Israele insieme ad altri 11 attivisti, mentre a luglio le autorità israeliane avevano sequestrato un’altra nave, la Handala, arrestando e deportando partecipanti da dieci Paesi, compresi parlamentari francesi.  La partenza della flottiglia avviene mentre Israele intensifica la sua offensiva contro Gaza City, con l’obiettivo di conquistare l’intera area settentrionale della Striscia. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha approvato i piani militari delle Forze di difesa israeliane (IDF), che prevedono la mobilitazione di circa 60.000 riservisti, in aggiunta alle decine di migliaia già schierati. Secondo l’IDF, la maggior parte dei richiami avverrà a settembre, con successive ondate tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. L’offensiva, soprannominata “Gideon’s Chariots B”, dovrebbe coinvolgere cinque divisioni, con 14 brigate di fanteria, corazzati, artiglieria e genio da combattimento. L’operazione prevede l’evacuazione di civili palestinesi da Gaza City verso il sud della Striscia, dove l’esercito sta predisponendo tende, ospedali da campo e infrastrutture di supporto, in coordinamento con organizzazioni internazionali. I palestinesi avranno tempo fino al 7 ottobre 2025, secondo fonti israeliane, per lasciare la città.Tuttavia, un gruppo di oltre 365 riservisti israeliani ha annunciato che non risponderà più alla chiamata alle armi, dichiarando di rifiutare una guerra che definiscono “illegale” e attribuendo al premier Benjamin Netanyahu la responsabilità del conflitto.  Sul piano internazionale, la International Association of Genocide Scholars, la principale associazione mondiale di studiosi del genocidio, ha approvato una risoluzione secondo cui le azioni di Israele a Gaza soddisfano i criteri legali per configurare il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra. L’86% dei votanti tra i 500 membri ha sostenuto la risoluzione. Il Ministero degli Esteri israeliano ha respinto con fermezza le accuse, definendole “vergognose” e “un imbarazzo per la professione legale”, accusando Hamas di strumentalizzare la narrativa internazionale. Hamas, invece, ha accolto favorevolmente la decisione, sostenendo che conferma le denunce presentate ai tribunali internazionali. Il bilancio delle vittime nella Striscia, secondo il ministero della Salute di Gaza (controllato da Hamas), ha superato le 63.000 persone, la metà delle quali donne e bambini. Israele contesta questi numeri, affermando di aver ucciso oltre 22.000 combattenti di Hamas e ribadendo di cercare di minimizzare le perdite civili, accusando il movimento islamista di usare la popolazione come scudo umano. Dall’inizio della guerra, scatenata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 in cui furono uccise circa 1.200 persone in Israele e 251 prese in ostaggio, le IDF hanno registrato 460 caduti nelle operazioni militari. Secondo gli studiosi del genocidio, la determinazione contro Israele potrebbe contribuire ad accrescerne l’isolamento internazionale, mentre il conflitto continua a generare divisioni politiche e sociali anche all’interno dello Stato ebraico.

di Giuseppe Di Giacomo