Quarantquattro anni sono trascorsi da quella notte di sangue che sconvolse Palermo, ma il nome di Carlo Alberto Dalla Chiesa continua a rappresentare una delle testimonianze più forti della lotta dello Stato contro la mafia. Oggi la città ha ricordato il generale dei Carabinieri, assassinato il 3 settembre 1982 in via Isidoro Carini, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente della scorta Domenico Russo. Una strage che segnò profondamente la storia della Sicilia e dell’Italia e che, ancora oggi, richiama alla memoria il valore di chi scelse di servire lo Stato fino all’estremo sacrificio. Alle celebrazioni per il 44° anniversario hanno partecipato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, le autorità civili e militari e il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani. Proprio Schifani ha voluto sottolineare l’attualità dell’esempio lasciato dal generale Dalla Chiesa, indicandolo come un modello per quanti oggi operano nelle istituzioni. “Carlo Alberto Dalla Chiesa rappresenta una testimonianza ancora attuale e concreta di tenacia e spirito di servizio nella lotta alla mafia – ha dichiarato il presidente della Regione –. La sua fedeltà ai valori dello Stato costituisce un modello che, giorno dopo giorno, deve ispirare chi opera nelle istituzioni”. Parole che riportano al centro non soltanto il ricordo del generale, ma soprattutto l’eredità di una vita dedicata al servizio dello Stato. Dalla Chiesa arrivò a Palermo in un momento particolarmente drammatico, quando Cosa nostra aveva accresciuto il proprio potere e la violenza mafiosa colpiva uomini delle istituzioni, magistrati, forze dell’ordine e rappresentanti della società civile. Il generale aveva alle spalle una lunga esperienza nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo. La sua figura incarnava fermezza, disciplina e senso dello Stato. A Palermo si trovò ad affrontare una realtà complessa e pericolosa, in cui la mafia aveva ormai raggiunto livelli di potere e di infiltrazione senza precedenti. Il suo assassinio, avvenuto in una strada del capoluogo siciliano, rappresentò uno dei momenti più drammatici della storia della lotta alla mafia. Con Dalla Chiesa furono uccisi la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Nel giorno dell’anniversario, Schifani ha rivolto un pensiero anche a loro. “Con la stessa gratitudine, ricordiamo la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, che condivisero con lui un percorso di vita e professionale”. Il presidente della Regione ha quindi evidenziato come il sacrificio del generale abbia contribuito a rafforzare, negli anni, la risposta dello Stato alla criminalità organizzata. “È anche grazie all’impegno del generale Dalla Chiesa, in un contesto difficile come quello dell’epoca, se oggi la mafia è più debole. E proprio seguendo il suo esempio, oggi manteniamo alta la guardia”. Una frase che racchiude il significato più profondo della commemorazione. Ricordare Dalla Chiesa non significa soltanto guardare al passato, ma interrogarsi sul presente e sul futuro. La lotta alla mafia, infatti, non può essere considerata una battaglia definitivamente vinta: richiede attenzione costante, collaborazione tra istituzioni e cittadini e una quotidiana difesa dei principi di legalità. A 44 anni dalla strage di via Isidoro Carini, Palermo torna dunque a rendere omaggio a un uomo che fece della fedeltà allo Stato una scelta di vita. Il suo nome resta legato a una stagione difficile della storia italiana, ma anche alla capacità delle istituzioni di reagire alla violenza e alla paura. Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo continuano a vivere nella memoria collettiva. Il loro sacrificio rappresenta ancora oggi un monito e, allo stesso tempo, un impegno: non abbassare la guardia e continuare a difendere, con determinazione, quei valori per i quali il generale e le vittime di quella strage persero la vita.
di Fausto Sacco

