414 views 4 mins 0 comments

Davide Mancini: “Ho nostalgia di un mondo silenzioso”

In CULTURA, IN EVIDENZA
Settembre 02, 2026
Tra montagne, musica e francoprovenzale, il cantautore valdostano racconta il nuovo album “Effimeri, Erranti e Vagabondi” e la sua ricerca di autenticità, lontano dal frastuono del mondo contemporaneo.

Ci sono dischi che raccontano un luogo. E poi ci sono dischi che da quel luogo sembrano nascere, come se avessero respirato la stessa aria, attraversato gli stessi sentieri, ascoltato il silenzio delle montagne prima di trasformarlo in musica. È il caso di “Effimeri, Erranti e Vagabondi”, il nuovo album del cantautore valdostano Davide Mancini, arrivato al termine di una trilogia artistica iniziata con Madame Gerbelle. Otto tracce che sembrano muoversi in equilibrio precario  tra inquietudine e consapevolezza, fragilità e ricerca, ironia e bisogno di silenzio. Un disco che guarda all’uomo contemporaneo senza concedergli troppe assoluzioni: quello che corre, si racconta continuamente, ascolta tutti ma rischia di non sentire più la propria voce! Nel disco compaiono anche collaborazioni importanti, da Massimo Spinosa a Irene Burratti, fino a Ezio Borghese. Incontri che, nella storia artistica di Mancini, hanno lasciato qualcosa che va  oltre le note: l’umiltà dello studio, la capacità di trasformare l’esperienza in competenza, ma anche il gusto di affrontare la vita con una necessaria, salvifica dose di ironia. Abbiamo incrociato Davide Mancini per parlare di musica, montagne, lingue, inquietudine e di quella merce sempre più rara che lui chiama, semplicemente, silenzio. 

Se “Effimeri, Erranti e Vagabondi” fosse un luogo reale, dove ci porteresti? Tra le montagne della Valle d’Aosta, dentro una città caotica o in un luogo completamente immaginario? 

Porterei l’ascoltatore tra le montagne della Valle d’Aosta, il disco è un prodotto ma anche una reazione al contesto di appartenenza. In ogni caso, è l’espressione di un ambiente profondamente legato alla natura.

Nel brano “Sono un tipo problematico” c’è ironia, ma anche una domanda molto seria: siamo davvero diventati più complicati o abbiamo semplicemente imparato a raccontarci troppo?

A mio avviso non siamo diventati più complicati. Per me il problema è che l’uomo moderno ascolta troppo tutti senza percepire la propria coscienza. Ritengo anche che ci si racconti troppo, troppo rapidamente e male. Ho nostalgia di un mondo silenzioso.

Hai scelto di mettere in dialogo italiano e dialetto valdostano. Se dovessi affidare a una sola delle due lingue una cosa che non riesci a dire nell’altra, quale sceglieresti e cosa le diresti? 

All’italiano affido la meraviglia della sfumatura e della perplessità e al francoprovenzale la capacità di descrivere la natura in maniera reale.

Dopo aver incontrato nella tua carriera musicisti e artisti importanti, qual è la cosa più preziosa che hai imparato da un collega e che non ha nulla a che fare con la musica?

 Da Massimo Spinosa ho imparato a studiare con umiltà e, in particolare, a vivere tutto con gioiosa ironia. Da Mauro Pagani a far tesoro dell’esperienza e trasformarla in competenza, eliminando il superfluo. 

Se potessi regalare all’ascoltatore una sola “cura” contenuta nel tuo album contro il disagio del nostro tempo, cosa gli prescriveresti: una canzone, una passeggiata in montagna, un libro, il silenzio o qualcos’altro?

Prescriverei tutte le cose proposte nella domanda. Una canzone perché può aiutare a immaginare una realtà diversa. Una passeggiata in montagna perché può disintossicare della pesantezza del sistema attuale. Un libro perché già oggi nessuno legge più e perché in futuro sarà un vero atto di resistenza. E poi, aggiungerei una piccola ma importante quota di silenzio quotidiano, in maniera da allontanarsi dal frastuono del mondo e concentrarsi sul proprio cammino.

Grazie mille Davide.

di Giuseppe Di Giacomo