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Il 18 gennaio e le infinite scissioni della Dc: Rotondi rilancia la Democrazia cristiana

In IN EVIDENZA, POLITICA
Gennaio 18, 2026
Dal cambio di nome voluto da Martinazzoli nel 1994 al fallito tentativo unitario del 2019, il presidente della Dc e deputato di Fratelli d’Italia rivendica: “L’unica Democrazia cristiana in Parlamento oggi siamo noi”.

Il 18 gennaio è una data che torna ciclicamente nella storia del cattolicesimo politico italiano. Un giorno carico di simboli, di speranze e, spesso, di divisioni. A ricordarlo è Gianfranco Rotondi, presidente della Democrazia cristiana e deputato di Fratelli d’Italia, che rievoca uno dei passaggi più delicati del post-Dc: il 18 gennaio 1994, quando Mino Martinazzoli decise di archiviare il nome della Democrazia cristiana per tornare alla denominazione di Partito popolare italiano.  Una scelta che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto segnare il ritorno alle radici del popolarismo, ma che nei fatti aprì la stagione delle scissioni. “Non fu un’avventura vincente sin dall’esordio – ricorda Rotondi – perché quella mattina nacquero in realtà due partiti: il Ppi di Martinazzoli, collocato al centro, e il Ccd di Pier Ferdinando Casini, schierato con il nascente centrodestra di Silvio Berlusconi”.  Fu l’atto che certificò la fine dell’unità politica della Dc e l’inizio di una diaspora destinata a non ricomporsi. Una frammentazione che, secondo Rotondi, non si è mai realmente conclusa: “Voleva essere il ritorno del popolarismo, e invece fu la scissione della Democrazia cristiana, la prima di una serie infinita, che purtroppo non sono ancora finite”.  Negli anni successivi, quella stessa data è stata più volte scelta come simbolo di nuovi inizi. L’ultimo tentativo significativo risale al 2019, centenario della fondazione del Ppi di don Luigi Sturzo. In quell’occasione, ricorda Rotondi, tutte le sigle democristiane si riunirono in una solenne promessa: dar vita a un’unica formazione politica, riunita nel nome e nel simbolo della Democrazia cristiana.  Un progetto ambizioso, rimasto però incompiuto. “Il tentativo si è trascinato goffamente per anni – spiega – fino a quando, al momento del gesto finale e conclusivo, è saltato tutto per l’indisponibilità del partito detentore del simbolo”.   Da qui la rivendicazione politica e identitaria: “Oggi la sola Democrazia cristiana presente in Parlamento è quella che ho l’onore di guidare”. Una affermazione che segna una linea di demarcazione netta nel variegato mondo dell’eredità democristiana e che punta a rilanciare l’idea di un soggetto politico ispirato ai valori della tradizione cattolico-democratica.  Rotondi guarda al futuro partendo dal passato, annunciando la riapertura del tesseramento e lanciando un appello a quanti credono ancora nella possibilità di un partito di democrazia cristiana. “È bello pensare – conclude – che qualcuno voglia unirsi a noi proprio in un giorno così evocativo della storia del cattolicesimo politico”.  Una memoria che resta controversa, segnata da divisioni e rimpianti, ma che continua a esercitare un richiamo forte in una parte della politica italiana, ancora alla ricerca di una sintesi tra identità, storia e rappresentanza.

di Marco Iandolo