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Il declino dell’industria italiana: Uno sguardo sui difficili ultimi 15 anni

In ECONOMIA
Gennaio 13, 2024
Uno studio della CGIA di Mestre rivela un calo dell'8,4% del valore aggiunto manifatturiero nel periodo 2007-2022, con una resilienza significativa nel Nordest.

La centralità dell’industria nell’economia nazionale è incontrovertibile, eppure i dati emersi da una recente analisi della CGIA di Mestre descrivono uno scenario di flessione per il comparto manifatturiero italiano negli ultimi 15 anni. Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2022 si è verificato un preoccupante calo dell’8,4% del valore aggiunto reale, una percentuale che pone l’Italia in una posizione di svantaggio rispetto ad altri principali paesi europei, con l’eccezione della Spagna che ha sperimentato un leggero declino superiore.

Nonostante l’industria contribuisca per “solo” il 21% al Pil italiano, la sua contrazione impatta significativamente sull’economia complessiva. Al confronto, i vicini francesi hanno segnato un calo minore, pari al 4,4%, e la Germania ha sorpreso con una crescita positiva del 16,4%.

Gli ultimi anni sono stati disseminati di crisi e shock che hanno scosso il tessuto economico: dalla grande recessione del 2008-2009 alla crisi dei debiti sovrani, dalla pandemia del 2020-2021 fino alle ripercussioni dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. L’Italia, tuttavia, non è rimasta immobile di fronte a tali sfide. Tra il 2019 e il 2022, in risposta alla crisi economica e sanitaria, il settore manifatturiero ha conosciuto un rimbalzo che ha superato quello osservato in altre nazioni dell’Unione Europea, dimostrando una capacità di recupero degna di nota.

A livello territoriale, emergono delle differenze significative. Milano si conferma il cuore pulsante del manifatturiero italiano con un valore aggiunto nominale di 28,2 miliardi di euro nel 2021, seguita da altre realtà fortemente industrializzate come Torino e Brescia. Allo stesso tempo, sorprende il dinamismo del Nordest, con sette delle prime dieci province più industrializzate d’Italia che si snodano lungo l’arteria autostradale A4.

In particolare, Trieste si guadagna un posto d’onore con una crescita impetuosa del valore aggiunto industriale nominale pari al 102,2% tra il 2007 e il 2021. Seguono Bolzano con un +55,1%, Parma (+54,7%), Forlì-Cesena (+45%) e Genova (+39,5%). Queste realtà contrappongono lucentezza al grigio generale grazie a settori di eccellenza e forti politiche di investimento e sviluppo.

D’altra parte, si registrano territori dove la situazione si presenta meno rosea, con province come Sassari e Cagliari che subiscono cali considerevoli del valore aggiunto. Questo contrasto, che rischia di accentuare le disuguaglianze regionali, necessita di un’attenzione mirata da parte delle politiche economiche e di sviluppo locale.

In sintesi, il quadro industriale italiano degli ultimi quindici anni è quello di un gigante ferito ma non rassegnato, che mostra segni di vitalità in alcune sue parti, suggerendo l’importanza di una strategia di rilancio integrata che valorizzi le aree più produttive e supporti quelle in difficoltà, nell’ottica di una ripresa e di uno sviluppo sostenibile e inclusivo.