di Ignazio Catauro – La Costituzione repubblicana del 1948 conserva un patrimonio valoriale ineludibile, ma letta con gli strumenti dell’analisi istituzionale e comparata essa mostra un profilo che giustifica la diagnosi di disallineamento storico, infatti il testo assegna al lavoro e alla tutela sociale una centralità non solo simbolica ma normativa, in particolare l’articolazione di articoli che pongono la Repubblica «fondata sul lavoro», l’obbligo di rimuovere gli ostacoli economicosociali e la serie di norme programmatiche sui rapporti economici delineano un progetto costituzionale che affida allo Stato compiti attivi di promozione e redistribuzione. Questo orientamento riflette, oltre che il clima culturale del dopoguerra, l’influenza politica significativa esercitata dal Partito Comunista Italiano e dal Partito Socialista nella fase costituente, e naturalmente non si tratta di una «presa di potere» numerica, ma di una pressione politica e culturale che ha ottenuto l’inclusione di finalità e priorità sociali nel nucleo della carta. L’effetto combinato di tale impronta sociale con scelte istituzionali quali il bicameralismo perfetto e una struttura parlamentare frammentata ha prodotto, nel corso dei decenni, esiti concreti che meritano una valutazione critica, che vendono nella duplicazione procedurale e nella dispersione delle responsabilità un reale contribuito a rallentare l’azione legislativa, a diluire la responsabilità politica dell’esecutivo e a rendere più difficile l’adozione rapida di riforme strutturali, con ricadute negative sulla governabilità e sulla capacità dello Stato di rispondere efficacemente a shock economici e vincoli esterni. Seguendo la lezione di Giovanni Sartori sull’“ingegneria costituzionale”, che invita a considerare le costituzioni come macchine di incentivi, la combinazione di forti prescrizioni programmatiche e meccanismi procedurali duplicativi configura incentivi che oggi risultano inadeguati. È Innegabile che essi premiano la dilazione, incentivano l’uso di compromessi di breve periodo e ostacolano la formazione di maggioranze stabili in grado di assumersi responsabilità chiare. Gli effetti negativi non sono solo teorici, si pensi alla tensione tra principi costituzionali ambiziosi e limiti di bilancio, l’esigenza di coordinamento europeo e la rapidità richiesta dalle trasformazioni tecnologiche e demografiche che hanno spesso trasformato i diritti sociali in aspettative non immediatamente realizzabili, con conseguenti frustrazioni politiche e ricorso a soluzioni emergenziali che hanno eroso la fiducia nelle istituzioni. Un confronto comparato rafforza questa lettura, costituzioni come quella tedesca del dopoguerra, pur riconoscendo la dimensione sociale, hanno costruito un equilibrio diverso tra diritti fondamentali e meccanismi istituzionali, con una più netta separazione tra principi e strumenti di attuazione; la Costituzione francese della V Repubblica ha privilegiato, nella sua architettura, meccanismi che rafforzano l’esecutivo e la stabilità governativa; i modelli anglosassoni, pur con limiti propri, mostrano una minore tendenza a inscrivere nel testo costituzionale un programma economicosociale così dettagliato. Queste differenze non implicano una superiorità morale di un modello sull’altro, ma indicano che la carta italiana è stata pensata in un contesto storico specifico e che, se l’obiettivo è l’efficacia istituzionale nel presente, occorre riconoscere che alcune sue scelte risultano oggi anacronistiche. L’eccessivo peso delle istanze comuniste e socialiste nella genesi del testo ha lasciato tracce concrete, si pensi alla priorità attribuita alla funzione redistributiva dello Stato che ha contribuito a costruire aspettative permanenti su spesa pubblica e intervento statale che, in condizioni di vincoli fiscali e integrazione europea, si sono tradotte in tensioni politiche e in riforme parziali e spesso tardive. Non si tratta di negare il valore dei diritti sociali, che restano pilastri etici e politici, ma di sottolineare che la loro formulazione costituzionale, combinata con meccanismi istituzionali poco orientati alla responsabilità esecutiva, ha prodotto costi in termini di governabilità. La conclusione che qui si propone è dunque pragmatica perché la Costituzione italiana, pur legittima nella sua genesi e ricca di valori sociali, è oggi in parte superata rispetto alle esigenze storiche contemporanee; per preservarne la legittimità e aumentarne l’efficacia occorre un progetto di aggiornamento costituzionale che mantenga i principi sociali ma li riconcili con meccanismi istituzionali capaci di garantire decisione, responsabilità e adattabilità. Le riforme possibili, coerenti con l’approccio sartoriano, includono la revisione del bicameralismo verso soluzioni asimmetriche o funzionalmente differenziate, la chiarificazione delle competenze esecutive e legislative e una più netta distinzione tra principi programmatici e norme di immediata applicazione, accompagnate da un piano di attuazione credibile e sostenibile sul piano finanziario.

