
All’alba, intorno alle ore 7.30, le forze dell’ordine hanno dato esecuzione allo sfratto del centro sociale Leoncavallo in via Watteau. La decisione, attesa per il 9 settembre, è stata anticipata a sorpresa di quasi tre settimane. La strada d’accesso è stata immediatamente presidiata dalla polizia, che ha garantito l’ordine pubblico durante le operazioni. Fondato nel 1975 in via Leoncavallo, lo storico centro sociale era già stato sgomberato nel 1994. Da allora si era trasferito nell’attuale sede, diventata negli anni un simbolo della Milano alternativa e delle culture antagoniste. In trent’anni di occupazione lo sfratto era stato rinviato centinaia di volte, trasformandosi in un caso giudiziario e politico nazionale. Nel novembre 2024 il ministero dell’Interno era stato persino condannato a risarcire 3 milioni di euro alla famiglia Cabassi, proprietaria dell’area, per il mancato sgombero. Oggi, con la conclusione delle operazioni, il governo rivendica una vittoria simbolica. “Lo sgombero del Leoncavallo segna la fine di una lunga stagione di illegalità”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. “Per trent’anni quell’immobile è stato occupato abusivamente. Con questo intervento viene ristabilita la legalità. Il governo continuerà sulla linea della tolleranza zero verso le occupazioni abusive”. Più diretto il commento del vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini: “Decenni di illegalità tollerata dalla sinistra: ora finalmente si cambia. La legge è uguale per tutti: afuera!”. Sul fronte opposto, il futuro del Leoncavallo resta incerto. Nei mesi scorsi l’associazione Mamme del Leoncavallo aveva manifestato interesse per uno stabile in via San Dionigi, ipotizzando un trasferimento che avrebbe consentito di preservare parte delle attività sociali e culturali sviluppate nel corso degli anni. Al momento non è chiaro se tale soluzione possa rappresentare un approdo realistico dopo lo sgombero. Il caso Leoncavallo, per la sua storia e il suo portato simbolico, supera la cronaca milanese e si proietta sul terreno politico nazionale. La scelta di anticipare lo sfratto a ridosso di Ferragosto richiama il precedente del 1994, quando il centro fu sgomberato per la prima volta. Allora come oggi, il dibattito si concentra sul rapporto tra legalità e riconoscimento di esperienze sociali radicate sul territorio. Per la maggioranza di governo, l’operazione rappresenta un tassello coerente di una strategia di ripristino dell’ordine che, secondo i dati del Viminale, ha già portato allo sgombero di circa 4.000 immobili dall’inizio del mandato. Per le opposizioni e parte della società civile, invece, la chiusura del Leoncavallo rischia di cancellare uno spazio che, pur nella sua irregolarità, ha rappresentato per decenni un laboratorio di cultura, solidarietà e sperimentazione politica. Lo sgombero di via Watteau non è dunque solo la fine di un’occupazione. È il punto di collisione tra due visioni contrapposte: da un lato la riaffermazione della legalità formale, dall’altro il riconoscimento del valore sociale e culturale di esperienze che hanno segnato la storia urbana di Milano.
di Fausto Sacco

