La Cop29 di Baku ha amplificato le aspettative globali sull’impegno finanziario dei paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo, ma l’esito delle negoziazioni ha finora generato più delusione che progresso. La conferenza, progettata per terminare venerdì, ha dovuto estendere i suoi lavori a fronte dell’impasse raggiunto sui fondamentali aiuti climatici.
Nel cuore del dibattito, la questione cruciale riguardava l’entità degli aiuti finanziari destinati ai paesi meno sviluppati per affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico. La presidenza azera aveva inizialmente proposto un compromesso che vedeva i paesi sviluppati impegnarsi a versare 250 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2035. La somma, sebbene rilevante, amalgamava prestiti delle banche multilaterali di sviluppo e investimenti privati, oltre a fondi pubblici a fondo perduto.
La reazione dei paesi del G77+Cina è stata di rapido rifiuto, sottolineando come tali cifre fossero inadeguate rispetto alle reali necessità stimate e alle precedenti promesse. Il loro contrappunto? Una richiesta di 1.300 miliardi di dollari annui a partire dal 2025, con un adeguamento dell’offerta minima a 300 miliardi annui dal 2030 e 390 miliardi dal 2035, basati principalmente su contributi pubblici a fondo perduto.
Nella giornata di oggi, un tentativo di compromesso ha visto i paesi sviluppati alzare la posta a 300 miliardi di dollari, ma con specifiche che non impegnavano ulteriormente i paesi in via di sviluppo, come la Cina, che preferisce mantenere una certa flessibilità nei propri contributi. Tale nuovo tentativo non ha tuttavia incontrato il favore dei paesi del blocco G77+Cina, che hanno deciso di ritirarsi temporaneamente dai tavoli di trattativa.
Questo scenario ha visto anche posizioni critiche come quella espressa da Greta Thunberg, che ha manifestato su X la propria delusione definendo l’attuale bozza di accordo un “completo disastro”. D’altra parte, figure come John Podesta, inviato americano sul clima, hanno mantenuto un cauto ottimismo, leggendo la situazione come lo “scroscio che precede la calma”.
La protesta degli stati meno sviluppati si è fatta sentire con forte chiarezza. Jiwoh Emmanuel Abdulahi dalla Sierra Leone ha eloquentemente comunicato su X la decisione di ritirarsi, pur rimanendo aperti a future negoziazioni. Cedric Schuster, rappresentante dell’Alleanza dei piccoli stati insulari (Aosis), ha lamentato l’assenza di progressi e un senso di esclusione dalle discussioni cruciali.
L’esito della Cop29 sembra quindi segnare un altro capitolo di stallo nelle annose trattative climatiche internazionali, con una divisione sempre più marcata tra le esigenze dei paesi in via di sviluppo e le proposte dei paesi industrializzati. La strada verso un compromesso giusto e soddisfacente per tutte le parti coinvolti appare tutt’altro che semplice, delineando un futuro di ulteriori impegnative trattative.
