Questa mattina, dinanzi alla facoltà di Scienze Politiche di via Conservatorio a Milano, si è tenuto un picchetto di protesta organizzato da Adi (Amici di Israele), Ampi (Associazione Milanese Pro Israele) e il Museo della Brigata Ebraica. Il motivo della contestazione è stato il convegno intitolato “Una terra senza pace: la questione israelo-palestinese”, ritenuto dalle associazioni fortemente sbilanciato e critico nei confronti di Israele.
La manifestazione, che ha visto la partecipazione di un ristretto numero di persone attrezzate con cartelli provocatori come ‘Anche la Statale ostaggio di Hamas?’, è stata autorizzata dalla Questura e si è svolta in condizioni di ordine e pacificità. A detta degli organizzatori, non è stato possibile annunciarla in anticipo a causa di preoccupazioni per l’incolumità dei partecipanti, preoccupati di possibili reazioni violente.
Il direttore del Museo della Brigata Ebraica, Davide Romano, ha espresso forte dissenso nei confronti del programma del convegno, criticando la scelta di escludere voci pro Israele e di presentare come relatori principali figure come Francesca Albanese e Moni Ovadia, già noti per le loro posizioni contrarie alla politica israeliana e frequentemente coinvolti in eventi organizzati da frange della sinistra radicale.
Romano ha sottolineato l’importanza di fornire ai giovani studenti un’educazione equilibrata riguardo il conflitto israelo-palestinese, promuovendo il dibattito e la conoscenza di tutti i punti di vista piuttosto che un’unica narrativa. Ha quindi esteso le sue preoccupazioni alla situazione italiana generale, facendo riferimento a una crescente tendenza a silenziare la voce di Israele e mettendo in luce la minaccia di violenza che grava sui sostenitori della democrazia israeliana.
Il convegno è stato oggetto di critiche per la presunta mancanza di rappresentanza delle diverse sensibilità e per la scelta di relatori considerati non imparziali. Gli organizzatori della protesta hanno chiamato in causa la responsabilità delle istituzioni accademiche nell’assumersi il dovere di garantire un dibattito aperto e multidimensionale sulle questioni internazionali, soprattutto in un contesto sensibile e multiforme come quello medio-orientale.
