A Saint-Vincent la politica non muore mai. Al massimo si prende una pausa, beve un caffè, fuma idealmente una sigaretta e poi ricomincia a discutere. Per tre giorni, dal 2 al 4 ottobre, la valle di Donat-Cattin è tornata a essere quello che è stata per decenni: una piccola capitale della politica italiana. Non Roma, non Montecitorio, non un salotto televisivo. Saint-Vincent. Dove la Prima Repubblica aveva imparato a parlare di futuro guardando nello specchietto retrovisore e dove oggi Gianfranco Rotondi ha provato a fare esattamente il contrario: guardare avanti senza rinnegare da dove si viene. Il titolo del suo libro, Il partito italiano. Dalla DC a Berlusconi e Meloni, è già un programma. Il volume ripercorre il filo che, secondo la lettura proposta da Rotondi, collega la Democrazia Cristiana al centrodestra berlusconiano e alla stagione politica di Giorgia Meloni. E qui sta il punto. Rotondi non è venuto a Saint-Vincent soltanto per vendere qualche copia in più. Lo ha detto chiaramente: il libro è soprattutto un pretesto per aprire una discussione politica destinata ad accompagnare il Paese verso le prossime elezioni politiche. Una discussione che, in queste tre giornate, ha avuto il sapore antico del confronto democristiano: parlamentari, ministri, dirigenti, amministratori, protagonisti di ieri e di oggi. Un parterre largo, nel quale sono comparsi anche Tommaso Foti, Matteo Piantedosi, Gilberto Pichetto Fratin, Daniela Santanchè, Andrea Delmastro, Domenico Salerno, Lucio Malan, Mariastella Gelmini, Luigi Marattin, Francesco Tufarelli, Saverio Romano e Giovanni Donzelli. E particolarmente il collegamento con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ma Saint-Vincent, si sa, non vive soltanto dei discorsi pronunciati dal palco. La politica vera, qualche volta, comincia quando il microfono viene spento. E allora eccoli, i capannelli. I gruppetti. Le strette di mano. Le conversazioni a bassa voce. Il caffè preso in piedi. Le frasi lasciate a metà perché, in politica, una frase detta troppo chiaramente rischia di diventare una notizia. Ed è proprio in questi angoli che è tornata a circolare una domanda: e se Giorgia Meloni, prima o poi, decidesse di allargare il perimetro della propria proposta politica attraverso Una Lista Civica Nazionale? Per ora resta una suggestione, una voce da corridoio, un’ipotesi che non può essere scambiata per una decisione annunciata. Ma il fatto stesso che se ne discuta racconta il clima di questo appuntamento. E racconta soprattutto che il tema del futuro del centrodestra è tutt’altro che archiviato. Rotondi, naturalmente, ci sguazza. Perché Saint-Vincent è il luogo dove la politica italiana ama interrogarsi sulla propria genealogia. Qui non si parla soltanto di elezioni: si parla di correnti, culture politiche, identità, ceti sociali, consenso. Si cerca di capire se sotto le insegne cambiate nel tempo sia rimasto qualcosa di riconoscibile. La domanda del libro è, in fondo, tutta qui: cambiati i partiti, cambiati i leader, cambiati i simboli, è davvero cambiato il popolo politico che per decenni ha rappresentato il centro del sistema italiano? La risposta appartiene al dibattito. E forse proprio per questo Rotondi ha voluto riportarlo a Saint-Vincent. La giornata conclusiva ha avuto anche il suo momento più solenne nella celebrazione religiosa officiata presso la Chiesa Madre di San Vincenzo in memoria di Silvio Berlusconi, figura che appartiene alla storia recente del centrodestra e che ha avuto un rapporto particolare con questa località: proprio a Saint-Vincent, nel 2005, Berlusconi fu eletto presidente d’onore della Dc. Poi di nuovo la politica. Quella fatta di interventi, applausi, battute, memoria e qualche inevitabile previsione. Fino alle conclusioni di Gianfranco Rotondi, che ha chiuso la tre giorni rilanciando la necessità di tornare a discutere di politica senza vergognarsi delle parole “partito”, “identità”, “cultura” e persino “Democrazia Cristiana”. Parole che per una stagione erano finite nel museo delle cose inutili e che oggi, a quanto pare, tornano a interessare. Non perché qualcuno voglia resuscitare la Prima Repubblica. Quella, per fortuna o purtroppo, appartiene alla storia. Ma perché la politica italiana ha un vizio antico: quando crede di aver seppellito definitivamente un’idea, prima o poi scopre che sotto la terra è rimasta qualche radice. Saint-Vincent è una di quelle radici. La Balena bianca, insomma, non sarà più quella di una volta. Non potrebbe esserlo. Ma continua a nuotare nelle acque agitate della politica italiana, assumendo forme nuove, cercando nuovi approdi, cambiando nomi e protagonisti. E mentre i partecipanti si danno appuntamento al prossimo anno, Rotondi lascia sul tavolo una domanda che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: quale sarà la forma politica capace di raccogliere, domani, quella parte d’Italia che continua a cercare una casa nel grande spazio del centrodestra? La risposta non è ancora scritta, ma a Saint-Vincent, tra una sala municipale, una stretta di mano e un caffè, qualcuno ha già cominciato ad indicarla.
di Giuseppe Di Giacomo




