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Salerno, una transizione che interroga la politica. La storia repubblicana e l’atto di resistenza culturale

In CAMPANIA, OPINIONE, SALERNO
Gennaio 21, 2026
Mediare tra istituzioni e popolo, tra passato e futuro, tra autorità e consenso.

di Carmine Tomeo –

Le dimissioni del sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, annunciate come irrevocabili e destinate ad aprire una fase commissariale fino alle elezioni della prossima primavera, non sono soltanto un fatto amministrativo. Esse rappresentano un passaggio simbolico, quasi un varco, attraverso il quale la politica locale e nazionale è chiamata a interrogare sé stessa. In questi momenti si misura la distanza, talvolta abissale, tra la politica come esercizio del potere e la politica come servizio alla persona, alla comunità, al bene comune.  Salerno non è una città qualsiasi: è stata, negli ultimi decenni, un laboratorio politico, un luogo in cui la continuità del governo locale ha prodotto trasformazioni visibili ma anche interrogativi irrisolti. L’uscita di scena di Vincenzo Napoli, figura istituzionale sobria e coerente, apre formalmente la strada al ritorno di Vincenzo De Luca, protagonista indiscusso della vita politica salernitana e campana. Un ritorno che appare naturale nella logica della continuità, ma che solleva domande profonde sul senso del rinnovamento, sulla qualità della democrazia e sul rapporto tra leadership e comunità.  La storia repubblicana ci insegna che la politica autentica non coincide mai con l’occupazione prolungata delle istituzioni. Alcide De Gasperi, padre della Repubblica, ammoniva: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”. È questa la misura più alta con cui leggere anche la vicenda salernitana: non chi governerà domani, ma quale orizzonte di senso si intende offrire alla città.  Il commissariamento che attende Salerno, pur legittimo sul piano normativo, rappresenta una sospensione della sovranità democratica. È un tempo fragile, che richiede sobrietà, responsabilità e rispetto dei cittadini. Giovanni Giolitti, uomo di governo in un’Italia attraversata da profonde trasformazioni, ricordava che “governare significa mediare”, non imporre. Mediare tra istituzioni e popolo, tra passato e futuro, tra autorità e consenso.  In questo quadro, le ambizioni politiche che si manifestano non possono essere lette solo come legittime aspirazioni personali. Esse si inseriscono in una crisi più ampia che attraversa il centrosinistra e, più in generale, la politica nazionale: crisi di partecipazione, di fiducia, di visione. Il rischio è che la forza delle leadership supplisca alla debolezza dei processi democratici, che la personalizzazione sostituisca il confronto, che la fedeltà politica prevalga sull’ascolto.  Sandro Pertini, Presidente partigiano e profondamente amato, ricordava che “la politica è l’arte di servire, non di servirsi”. Una frase semplice, ma oggi radicale. Governare una città non significa soltanto amministrare bilanci o realizzare opere, ma custodire il legame invisibile che tiene insieme una comunità: la fiducia. Senza fiducia, le istituzioni diventano gusci vuoti; senza partecipazione, la democrazia si riduce a rituale.  Ricordare il ruolo politico di figure come Alcide De Gasperi, Giovanni Giolitti, Sandro Pertini, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer non è un esercizio nostalgico né una celebrazione rituale del passato. È, piuttosto, un atto civile e culturale necessario, soprattutto in un tempo in cui la politica appare spesso impoverita di senso, compressa nella comunicazione immediata e ridotta a gestione del consenso.  Questi uomini hanno attraversato stagioni drammatiche della storia italiana, la fine dello Stato liberale, il fascismo, la guerra, la ricostruzione, la Guerra fredda, il terrorismo, e hanno dimostrato che la politica può essere luogo di responsabilità morale, non solo di competizione. In loro, l’azione di governo non era separabile da una visione dell’uomo e della società. Ricordare queste figure è utile perché ci restituiscono un metro di giudizio. Non per imitarle meccanicamente, ogni tempo ha le sue sfide, ma per misurare la qualità della politica presente. Esse dimostrano che il potere può essere esercitato con sobrietà, che il conflitto può essere governato senza odio, che la politica può essere passione civile e non solo carriera. In definitiva, la memoria di De Gasperi, Giolitti, Pertini, Moro e Berlinguer è un atto di resistenza culturale. Serve a ricordarci che la politica, quando è autentica, non è mai solo gestione dell’esistente, ma cura del futuro. E senza questa memoria, il rischio non è solo dimenticare il passato, ma smarrire il senso stesso del nostro essere comunità democratica. Salerno, oggi, è uno specchio dell’Italia intera: un Paese che fatica a rinnovare la propria classe dirigente, che oscilla tra nostalgia del passato e paura del futuro. Eppure, proprio nelle transizioni risiede una possibilità. Ogni passaggio istituzionale può diventare occasione di rigenerazione civile, se vissuto con umiltà e senso del limite. La politica vera, quella evocata dai grandi uomini della nostra storia repubblicana, non teme il tempo, perché non è ossessionata dal potere. Essa accetta il cambiamento come responsabilità e non come minaccia. È in questa capacità di tenere insieme memoria e futuro, autorità e servizio, che si misura la maturità di una classe dirigente. Il futuro di Salerno, come quello di molte città italiane, dipenderà dalla capacità di restituire alla politica la sua dignità originaria: essere strumento di giustizia, di equità, di speranza. Non per vincere, ma per servire. Non per durare, ma per lasciare un segno che valga anche per le generazioni che verranno.

di Carmine Tomeo