
La crisi della politica non nasce soltanto dalle inchieste giudiziarie, ma dalla progressiva scomparsa dei partiti come luoghi di partecipazione, confronto ed elaborazione politica. È questa la tesi emersa al Circolo della Stampa di Avellino durante la presentazione di Processi e Politica, il volume dell’ex ministro Carmelo Conte dedicato a otto processi che hanno segnato la storia della Repubblica e il difficile rapporto tra magistratura e politica. A moderare l’incontro è stato Gianni Festa, direttore del Corriere dell’Irpinia. Un confronto che ha riportato al centro della discussione una domanda ancora attuale: cosa è accaduto alla politica italiana dopo la fine della Prima Repubblica? Il senatore del Pd Enzo De Luca ha richiamato la stagione dei grandi partiti strutturati, ricordando la figura di Aldo Moro, per poi soffermarsi sulla politica contemporanea. A suo giudizio, oggi prevale un impegno politico più individuale, spesso condizionato da interessi personali e da rapporti di diversa natura. La democrazia, ha sottolineato, rischia di diventare fragile quando viene meno la partecipazione consapevole dei cittadini. Gianfranco Rotondi, parlamentare di Fratelli d’Italia e fondatore della Dc con Rotondi, ha invece ricostruito l’equilibrio tra i poteri immaginato dai costituenti nel dopoguerra. Nella sua lettura, Tangentopoli fu il risultato dell’intreccio tra l’azione della magistratura e la contemporanea trasformazione del sistema elettorale in senso maggioritario. Di fronte a quel cambiamento, i partiti non seppero elaborare una risposta adeguata. Il passaggio più netto è arrivato da Carmelo Conte, che ha posto la questione nei termini di una perdita di peso della politica organizzata. “I partiti erano lo strumento per stare in campo”, ha affermato, sostenendo che la crisi di Mani Pulite abbia contribuito a liquidare quel sistema senza creare un nuovo spazio altrettanto strutturato per la politica. Da qui la sua riflessione sui nuovi equilibri di potere. Conte ha indicato nella progressiva marginalizzazione della classe operaia e del Parlamento e nella permanenza del peso della magistratura uno dei tratti distintivi dell’Italia contemporanea. Una lettura che ha trovato nel dibattito sul referendum sulla separazione delle carriere un ulteriore terreno di confronto. Conte ha però precisato di non voler mettere in discussione il valore della giustizia: “Il processo non è la giustizia”. Una distinzione che rappresenta anche il filo conduttore del libro, nel quale la storia dei processi diventa una chiave per interrogarsi sul rapporto, spesso conflittuale, tra potere giudiziario, politica e democrazia. Al di là delle diverse posizioni emerse, il confronto di Avellino ha lasciato sul tavolo una questione centrale: se i partiti hanno perso il loro ruolo di mediazione e partecipazione, chi occupa oggi quello spazio e quali conseguenze produce questo nuovo equilibrio sulla democrazia italiana?
di Marco Iandolo



