di Giuseppe Cestone – Un sintomo, non un incidente. Il blocco di camionisti e agricoltori che da inizio ottobre attraversa il Sud non è un incidente di percorso. È il prodotto naturale di una crisi globale che trova l’Italia senza difese: senza sovranità energetica, alimentare e tecnologica. I fatti sono noti. Dalla Puglia la protesta si è estesa a Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania, con presìdi ai caselli e scaffali vuoti in alcuni comuni. Il gasolio ha superato i 2,20 euro al litro, e in Sicilia gli autotrasportatori parlano di 2,40. Un agricoltore siciliano ha riassunto tutto in una frase: servono 300 euro di gasolio ogni mattina per far lavorare un trattore. Il governo ha risposto con due gesti. Il ministero dei Trasporti ha convocato le categorie per il 27 ottobre. Il ministro Lollobrigida ha ricordato che bloccare le strade è un reato. Entrambe le risposte sono comprensibili. Nessuna delle due tocca la domanda vera: perché un rincaro del carburante basta a mettere in ginocchio mezzo Paese?
La crisi globale e le tre dipendenze
La miccia è esterna: i conflitti in Medio Oriente, le tensioni sullo Stretto di Hormuz, il blocco degli impianti libici. Ma una miccia esplode solo dove trova materiale infiammabile. In Italia lo trova in tre dipendenze strutturali. Dipendenza energetica. L’Italia importa gran parte dell’energia che consuma, compresa elettricità prodotta da centrali nucleari francesi. Basta che si fermi una raffineria – com’è successo a Taranto, dove gli operai dell’ex Ilva hanno bloccato le autocisterne dell’impianto Eni – perché interi territori restino a secco. Chi produce e trasporta paga ogni shock senza alcun cuscinetto. Dipendenza alimentare. Il paradosso è evidente. Gli olivicoltori pugliesi protestano perché il gasolio sale mentre il prezzo dell’olio scende. Il ministero porta nel nome la parola “sovranità alimentare”, ma chi coltiva non controlla né i costi a monte né i prezzi a valle. La sovranità alimentare non è un’etichetta: è la capacità di far sì che chi produce il cibo possa vivere del proprio lavoro. Dipendenza tecnologica. È la meno visibile e la più profonda. Chip, cloud, piattaforme logistiche, intelligenza artificiale: quasi tutto ciò che organizza le filiere viene progettato altrove. L’Europa sa regolare la tecnologia, come dimostra l’AI Act, ma produce poco di ciò che regola. Un Paese che non governa i propri dati non governa nemmeno la propria logistica.
Nucleare e difesa: la direzione giusta, ma non basta
Il governo Meloni ha capito che il problema è strutturale. Il 23 settembre il Senato ha approvato in via definitiva il ritorno al nucleare, puntando sui reattori modulari avanzati. A Confindustria, a maggio, la premier ha definito le spese militari “il prezzo della libertà”. Energia e difesa sono i due pilastri di un piano di rinascita industriale. Va riconosciuto: è la prima volta da decenni che un governo pone esplicitamente il tema dell’autonomia nazionale. Ma il piano ha tre limiti.
1. Il tempo. I primi reattori non produrranno energia prima del prossimo decennio. L’autotrasportatore che oggi lavora in perdita non può aspettare il 2035.
2. La geografia. Nucleare e industria della difesa premiano grandi gruppi e poli industriali già forti, in gran parte al Nord. Il Sud che oggi protesta rischia di restare spettatore.
3. Il soggetto. Un piano industriale dice cosa produrre. Non dice per chi, né quale forma di vita sociale vuole rendere possibile. Senza questa risposta, la rinascita industriale resta una strategia, non una visione di Paese.
Ciò che manca: la persona al centro
La sovranità non è autarchia. È la capacità di una comunità di custodire le condizioni concrete della propria vita: il lavoro, il cibo, la casa, il futuro dei figli. Per questo una sovranità che non parte dalla persona finisce per servire solo i bilanci, pubblici o privati. La tradizione personalista – da Mounier a Maritain, fino alla dottrina sociale della Chiesa – offre qui una bussola precisa. La persona non è un fattore di produzione né un consumatore da proteggere con un bonus. È un soggetto in relazione, radicato in un territorio e in una comunità. La sussidiarietà chiede allo Stato di sostenere questi corpi vivi, non di sostituirli. Visto da qui, dalle aree interne dell’Appennino campano, il blocco ha un significato preciso. Il camionista e l’agricoltore non chiedono soltanto uno sconto sul gasolio. Chiedono di essere riconosciuti come parte essenziale della nazione, e non come costo da comprimere o disagio da gestire con la forza pubblica. Una politica che rimette al centro la persona misura il proprio successo con domande semplici. Chi coltiva vive del suo lavoro? Un giovane può restare nel paese dove è nato? Le famiglie riescono a fare la spesa senza paura? Il PIL e i contratti della difesa non rispondono a nessuna di queste domande.
Una sovranità a misura di persona
Una visione di Paese si giudica dalle scelte concrete. Ne propongo quattro, che affiancano il piano del governo invece di contraddirlo.
1. Energia distribuita, oltre al nucleare. Il nucleare è la risposta di lungo periodo. Nel frattempo servono comunità energetiche, agrivoltaico e biometano nelle aziende agricole. Un’impresa che produce la propria energia è un’impresa che non si ferma al primo shock.
2. Filiere giuste. Contratti di filiera con prezzi minimi che coprano i costi reali di produzione, e trasparenza sui margini della distribuzione. Il prezzo del cibo deve remunerare chi lo produce, non solo chi lo intermedia.
3. Sovranità tecnologica al servizio del lavoro. Investire in dati, cloud e intelligenza artificiale europei, ma orientati alle filiere reali: logistica, agricoltura di precisione, piccole imprese. L’innovazione deve arrivare anche ai paesi dell’entroterra, non solo ai distretti.
4. Un patto permanente con i corpi intermedi. Non un tavolo convocato quando le strade sono già bloccate, ma un luogo stabile di confronto con autotrasportatori, agricoltori, sindaci delle aree interne. Prevenire costa meno che reprimere.
Conclusione
I blocchi finiranno, come sempre. Il tavolo del 27 ottobre porterà forse qualche sgravio. Ma se non cambiamo prospettiva, la prossima crisi globale troverà lo stesso Paese, con le stesse fragilità. Il governo ha avuto il coraggio di nominare la parola sovranità. Ora serve il coraggio di riempirla di senso. Una nazione è sovrana quando chi la abita può vivere con dignità del proprio lavoro, nella propria terra. Il nucleare e la difesa possono essere strumenti di questa rinascita. Il fine, però, resta la persona umana.

