Contrariamente a ciò che molti avrebbero potuto prevedere con il cambio di amministrazione dalla guida di Biden a quella di Trump, la transizione verso l’energia pulita negli Stati Uniti sembra destinata a proseguire senza sostanziali battute d’arresto. Tale prospettiva è stata evidenziata da Raimondo Orsini, direttore della Fondazione Sviluppo Sostenibile, lo scorso 6 novembre, durante gli Stati generali della green economy presso la fiera Ecomondo di Rimini.
Il percorso di decarbonizzazione dell’economia statunitense, fortemente accelerato dall’Inflation Reduction Act (IRA) promulgato dall’ex presidente Biden, rappresenta una svolta strutturale il cui indirizzo sembra difficilmente reversibile. Secondo Orsini, le iniziative promosse dalla precedente amministrazione hanno radici troppo profonde per essere disgregate in breve tempo, anche alla luce del fatto che i benefici finanziari dell’IRA interessano in misura significativa gli stati guidati dai repubblicani. Circa l’80% dei fondi destinati alla riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, fluisce proprio verso queste aree.
Nel corso del 2022, gli Stati Uniti hanno registrato una riduzione delle emissioni del 14,5%, posizionandosi come il secondo maggiore emettitore a livello globale, subito dopo la Cina e prima di India e Unione Europea, ma allo stesso tempo come leader mondiale per le emissioni pro capite. In quest’ottica, la legge suddetta appare come uno strumento difficile da scardinare da eventuali nuove politiche conservatrici, data la sua ampia accettazione e i benefici tangibili che essa comporta.
Nonostante la nuova amministrazione potrebbe adottare una retorica meno focalizzata sul clima, molti degli stati più influenti e maggiormente popolati continuano a spingere per un cambiamento radicale nei modelli di consumo energetico. Alcuni esempi sono emblematici: lo Stato di New York ha programmato di eliminare l’uso di combustibili fossili nei nuovi edifici entro il 2027 e la California ha imposto requisiti per nuove costruzioni, che prevedono esclusivamente sistemi elettrici. Anche lo stato di Washington si sta muovendo in questa direzione, imponendo l’installazione di pompe di calore nei nuovi edifici.
Questi esempi non sono isolati ma fanno parte di una tendenza più ampia che vede grandi città e stati innovarsi verso una più decisa riduzione delle dipendenze da combustibili fossili. Essi rappresentano una significativa spinta verso l’obiettivo di raggiungere il 100% di elettricità derivata da fonti rinnovabili entro il 2035, una meta ambiziosa ma non irraggiungibile con il tipo di impegno finora dimostrato.
Alla luce di tali sviluppi, è evidente che la politica ambientale statunitense sta vivendo un periodo di trasformazione decisiva. La continuità di tali politiche non è solo il risultato di un cambio di percezione pubblica o di consapevolezza ambientale, ma anche di una concreta valutazione economica e del crescente peso che gli incentivi federali e statali rivestono nel modello economico e produttivo del paese.
La green economy, quindi, anche in un contesto di amministrazione Trump, parte con premesse solide per non subire deviazioni significative, consolidando così il percorso degli USA verso una più marcata sostenibilità ambientale. Nel contesto attuale, gli obiettivi di decarbonizzazione non solo rispondono a necessità ecologiche, ma si configurano sempre più come scelte strategiche imprescindibili per il futuro economico e sociale del paese.
