di Carmine Tomeo. -La prima volta che si incontrarono, pioveva . Non era una pioggia educata, da ombrelli ben tenuti: era quella pioggia minuta e ostinata di Napoli, che s’incolla alle giacche, al fumo dei motorini e al profumo di sfogliatelle appena sfornate. L’atrio delle poste centrali di Montesanto odorava di carta bagnata, inchiostro e lana umida. Le voci si mescolavano al ticchettio delle macchine da scrivere e ai richiami dei numeri allo sportello. Il giovane studente, si chiamava Arturo, stringeva un tubo di disegni sotto il braccio. Frequentava architettura alla Federico II, nello storico palazzo Gravina poco distante, e aveva l’abitudine di osservare gli edifici come fossero persone: le crepe come rughe, i balconi come sorrisi storti. Lei era seduta su una panca di legno, dritta, immobile. Nonostante la pioggia e il disordine della folla, pareva appartenere a un altro tempo. Un cappotto color perla, un cappellino scuro, guanti sottili. Non vecchia, pensò Arturo, ma ferma. Come una casa disabitata. Quando parlò, non lo fece a lui. Lo fece al vuoto davanti.
— Mi scusi… sa scrivere bene?
Arturo guardò alle proprie spalle. Nessuno.
— Io?
— Lei ha le mani giuste — disse la donna, osservando le dita sporche di grafite — le mani di chi sa mettere le cose dove devono stare. Era una frase strana, ma non ridicola. Arturo si sedette accanto a lei.
— Dipende cosa devo scrivere.
La donna estrasse dalla borsetta un foglio avorio. Liscio. Antico.
— Una lettera.
— A chi?
Lei esitò appena. Non tristezza. Qualcosa di più distante.
— A mio marito.
Arturo annuì, aspettando un indirizzo.
— È morto tre anni fa.
Il rumore della sala sembrò arretrare. La donna non tremava. Non abbassava lo sguardo.
— Io — continuò — non trovo più le parole. Non le sento. Le ricordo, ma non arrivano fino alla mano.
Gli porse la penna.
— Scriva lei.
Si rividero il giovedì successivo. Poi quello dopo ancora. Sempre la stessa panca. Sempre prima di mezzogiorno. Lei si chiamava Donna Bianca — e Arturo non chiese mai nulla sul titolo, perché Napoli è una città in cui ititoli sopravvivono come fantasmi familiari. Si riconoscono, non si interrogano.
All’inizio parlava poco.
— Aveva paura dei temporali.
— Ma non lo diceva mai.
Arturo scriveva.
— Amava le albicocche acerbe.
Scriveva.
— La notte, quando dormiva, muoveva il piede sinistro. Come se camminasse altrove.
E Arturo scriveva. Sempre: “Amato mio…”.
Non era dettato. Era memoria frantumata. Lui doveva cucirla.
La terza settimana successe qualcosa.
Quando Arturo rilesse la lettera, la carta profumava di acqua di mare.
— Lei ha messo qualcosa? — chiese.
— Io non porto profumi da quando lui non c’è più.
Lui annusò ancora. Era odore di scogliera, sole caldo sulle rocce.
Il giorno dopo, tornando all’università, Arturo vide una cosa impossibile: sulla banchina della Cumana, una macchia di sabbia umida sotto la sua cartella, come se la lettera avesse attraversato un’estate lontana. Non lo disse. Continuò a scrivere. Le lettere cambiarono. Non erano più solo ricordi. A volte Donna Bianca taceva per lunghi minuti, guardando il pavimento, e poi diceva:
— Oggi è passato qui.
— Chi?
— Lui.
Arturo non sorrise. Non per cortesia. Perché in quel momento, alle sue spalle, qualcuno aveva mosso leggermente la panca. Senza toccarla. Scrisse comunque.
“Ti ho sentito vicino alla finestra, questa mattina.” Il foglio tremò appena.
— Continua — disse lei.
Napoli negli anni ’70 correva veloce: traffico, televisori nuovi, cantieri, manifesti politici, fabbriche, fretta. Ma in quell’atrio il tempo aveva un ritmo diverso. Gli impiegati cambiarono pettinature, le insegne scolorirono, Arturo diede esami, sbagliò un amore, cambiò scarpe. La panca restò uguale. Una mattina Donna Bianca arrivò con una scatola di latta.
— Oggi non scriviamo. Leggiamo.
Dentro c’erano le lettere di lui. Del marito. Arturo ne aprì una. L’inchiostro era ancora scuro. “Bianca, quando non saprò più trovarti, cerca il vento dentro casa. Io sarò lì.” Arturo sentì correre aria tra le colonne dell’atrio, benché le porte fossero chiuse.
— Io le ho sempre lette, disse lei, ma da tre anni non le sento più. Sono diventate carta. Si voltò verso di lui.
— Tu invece le fai succedere.
Era la prima volta che gli dava del tu. Col tempo, Arturo smise di portare quaderni di architettura. Portava fogli avorio. La gente attorno cambiava: pensionati, studenti, soldati di leva, madri con bambini. Nessuno sembrava notare la cosa più strana: quando Arturo scriveva, la luce nell’atrio diventava più calda, come pomeriggio d’estate anche a gennaio. Una settimana Donna Bianca non parlò affatto. Gli mise solo la mano sul braccio. Fredda, ma viva. Arturo scrisse comunque. Scrisse di una terrazza inventata, di due sedie di ferro, di un caffè condiviso al tramonto. Non erano ricordi. Li stava costruendo. Quando finì, un granello di cenere cadde sul foglio. Non c’erano sigarette accese.
— Perché mi aiuti? — chiese lei mesi dopo.
Arturo pensò a lungo.
— All’inizio per gentilezza. Poi… perché qualcuno deve ricordare anche per chi non può più sentire.
— Io non sento — disse lei — non dolore, non amore. Solo distanza.
— Eppure torna.
Lei lo guardò.
— Lui torna perché tu lo sai chiamare. Arturo scosse il capo.
— No. Torna perché lei lo ama ancora, solo che non riesce più a ricordare come si fa. Silenzio.
— Insegnamelo — sussurrò.
Arturo capì allora che non stava scrivendo lettere per un morto. Stava insegnando a una viva a sentire di nuovo. L’ultimo inverno arrivò con un freddo secco. Donna Bianca quella mattina era senza guanti. Le mani tremavano.
— Oggi scriviamo l’ultima — disse. Arturo si irrigidì.
— Perché?
— Stanotte ho sognato la nostra casa. Non quella vera… una che non abbiamo mai avuto. E lui mi parlava senza bisogno delle parole tue. Posò la penna sul foglio.
— Ora posso.
Arturo attese. Lei scrisse lentamente, la grafia incerta ma presente. “Amore mio, finalmente ti ricordo.” Il vento attraversò l’atrio, sollevando per un istante tutte le lettere sulle scrivanie degli impiegati. Quando Arturo alzò gli occhi, Donna Bianca sorrideva. Non elegante. Non composta. Semplice.
— Adesso posso smettere di incontrarti — disse.
E gli accarezzò la guancia, come si fa con un figlio grande. Si alzò, attraversò la sala, e per un attimo, solo per un attimo, Arturo vide accanto a lei l’ombra di un uomo alto, con passo calmo. La porta si richiuse. Arturo tornò ancora qualche giovedì. La panca era solo una panca. Ma a volte, aprendo i suoi progetti, trovava granelli di sabbia tra i fogli. E ogni casa che progettò da allora aveva sempre una terrazza con due sedie. Perché certe lettere, anche quando finiscono, continuano ad abitare.
di Carmine Tomeo

