In un’epoca definita da innovazioni tecnologiche rapide e incessanti, l’intelligenza artificiale (IA) emerge come un fattore non più relegato al futuro, ma saldamente ancrato nel presente delle realtà produttive. A confermare questa evoluzione è lo studio ‘AI 4 Italy, verso una politica industriale dell’IA generativa in Italia’, presentato recentemente da Vincenzo Esposito, amministratore delegato di Microsoft Italia. Il resoconto evidenzia una crescita della produttività aziendale che oscilla tra l’1% e il 5%, un segnale chiaro del valore aggiunto che questa tecnologia promette di portare.
Un anno fa, al Forum di Cernobbio, fu lanciato un modello predittivo sull’incidenza dell’IA nelle aziende nazionali, grande e medie. Oggi, quel modello trova conferma nei dati raccolti: l’adozione dell’IA ha catalizzato un incremento del valore aggiunto italiano che potrebbe raggiungere il 18,2% del PIL, traducendosi in un impatto economico di circa 312 miliardi di euro. Di questi, ben 190 miliardi deriverebbero dalle grandi aziende e 122 dalle piccole e medie imprese.
La prospettiva di un incremento dell’export manifatturiero italiano fino a 121 miliardi di euro illuminano ulteriormente il panorama di questa rivoluzione tecnologica sul Made in Italy. Ma non è solo una questione di numeri macroeconomici. Su un tessuto di 320 aziende analizzate, che hanno implementato soluzioni di intelligenza artificiale, emergono 400 progetti concreti, di cui la metà già operativi. Tra questi, spiccano collaborazioni con realtà di prestigio come Saipem, Reale Mutua, Maire e Campari. L’assistente digitale Copilot di Microsoft, ad esempio, ha permesso di risparmiare dai 20 ai 40 minuti di lavoro al giorno per dipendente.
Nonostante questi successi tangibili, l’Italia mostra ritardi in termini di formazione e investimenti nel settore dell’IA. Il paese si posiziona settimo nell’Unione Europea per numero di corsi di laurea specializzati in IA, un dato che va letto in parallelo con il 59% delle aziende che reputa il know-how in IA Generativa ancora scarsamente diffuso nel tessuto imprenditoriale nazionale.
Inoltre, nel 2023, l’Unione Europea ha contribuito con solamente il 4% allo sviluppo globale di modelli di IA generativa, un investimento che sembra insufficiente rispetto alle potenzialità di questa tecnologia.
Di fronte a una demografia in declino, con una previsione di perdita di 3,7 milioni di lavoratori nei prossimi vent’anni, l’IA potrebbe non solo compensare questa contrazione, ma anche liberare fino a 5,7 miliardi di ore di lavoro annue, valorizzando ulteriormente il contributo umano nell’economia.
L’urgenza è quindi quella di rafforzare gli investimenti e la formazione in questo settore, per non rimanere indietro nella corsa globale all’innovazione. L’impegno richiesto è duplice: ampliare l’adozione dell’IA nelle grandi aziende e facilitarne l’accesso anche nel tessuto delle PMI.
In questa fase di trasformazione, l’intelligenza artificiale non è più un’opzione futuribile ma un imperativo immediato che l’Italia, come l’Europa, non può ignorare. L’incoraggiamento alla formazione specializzata, unito a un concreto aumento degli investimenti, potrebbe trasformare le sfide del presente in opportunità di crescita e rinnovamento competitivo per il futuro.
