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Siti Izza, la donna che unì tre fedi: ebraismo, cristianesimo e islam

In CULTURA, INSERTI CULTURA
Gennaio 31, 2026
Una storia di amore, destino e tolleranza che parla all’oggi più di quanto sembri.

Ci sono storie che arrivano a una redazione come un sussurro, quasi una confidenza. Questa di Siti Izza ci è stata suggerita dal prof. arch. Sandro Raffone, che i lettori di Nuove Cronache conoscono bene: lo abbiamo intervistato di recente in un articolo dal titolo “La forma della pace. La Casa di Abramo di Sandro Raffone, un’architettura che sfida il tempo, la politica e il sacro”. Non è un caso. La Casa di Abramo, progettata da Raffone alla fine degli anni Novanta, nasce come esito di una riflessione tanto radicale quanto concreta: immaginare uno spazio condiviso di preghiera e di incontro, capace di accogliere – senza gerarchie né sovrapposizioni – ebraismo, cristianesimo e islam, le tre religioni monoteiste che riconoscono in Abramo una figura fondativa. E Abramo, o Ibrahim, è anche il nome che chiude questa storia. Una storia che sembra uscita da un romanzo orientale e invece affonda le sue radici in una leggenda ottocentesca,

sospesa tra fede, amore e disobbedienza agli estremismi. Una storia che Raffone ha incontrato quasi per caso, fissata in un quadro nella hall di un elegante hotel di Marrakesh, raccontata nel dépliant illustrativo come si fa con le cose preziose che non si vogliono perdere.

La storia d’amore di Siti Izza

Nel 1802, a Gfoud, un’oasi luminosa dell’oued Draa, nacque una bambina di nome Izza. Era figlia di un amore impossibile: quello tra Hanna, ebrea e figlia del rabbino Shalom Ben Omane, e Omar, musulmano, figlio dell’imam El Omrani. Si erano conosciuti bambini, giocando all’ombra delle palme. Crescendo non si erano mai curati della loro differenza religiosa. Il loro amore fu più forte dei rabbini, degli imam, delle comunità e delle convenzioni. Ma proprio per questo il loro matrimonio fu segnato da violente animosità confessionali, come se la felicità avesse bisogno di essere punita. Hanna insegnò a Izza la Torah e le tradizioni ebraiche. Omar le trasmise il Corano e gli Hadith. Così Izza cresceva in un equilibrio che oggi chiameremmo impossibile: si addormentava ebrea e si svegliava musulmana, o viceversa. Celebrava con la stessa gioia la Pasqua ebraica e la Mimouna, l’Aïd el Kebir e l’Aïd el Seghir. I genitori, senza mai dirlo apertamente, speravano ciascuno che la figlia scegliesse la propria fede. Ma Izza li disarmava con una naturalezza disarmante: amava entrambe, perché entrambe la abitavano. Era bella, dolce, colta, e la sua grazia rendeva inutili le malignità dei credenti intolleranti. Portava il suo destino a testa alta, come un dono e non come una colpa. A quindici anni, Omar la mandò a Salé per imparare l’arte del ricamo e della tappezzeria, ospite di un suo amico, il grande capo d’equipaggio soprannominato ElBahraoui il marinaio. Dai suoi viaggi per mare, ElBahraoui aveva portato con sé un giovane mozzo: si faceva chiamare Karim, ma il suo vero nome era Christian d’Arcachon. Biondo, occhi azzurri, timido e generoso, fu subito conquistato dalla bellezza e dalla grazia di Izza. Ogni gesto era un pretesto per avvicinarla, servirla, corteggiarla con una goffaggine tenera e sincera. Izza, come sua madre prima di lei, non resistette a lungo: si innamorò perdutamente. ElBahraoui tentò di dissuaderla. Essere insieme a un cristiano avrebbe reso la sua situazione – già delicata, sospesa tra ebraismo e islam – ancora più complessa. Ma l’intelligenza e la sensibilità del grande marinaio ebbero la meglio sulla paura. Partì per Erfound, incontrò Omar e gli parlò del destino di Izza. Ricordò a lui e ad Hanna la loro stessa storia, vissuta vent’anni prima. Alla fine tutti compresero che solo Dio poteva giudicare un amore così. Il matrimonio di Izza e Christian fu una festa memorabile. Rabbini, imam e preti sedettero alla stessa tavola. Usi e costumi si mescolarono senza conflitti. Per un giorno – ma forse per sempre – la tolleranza assoluta regnò sovrana, e tutti riconobbero in quell’unione il senso più autentico dell’umanità. Da quell’amore nacque un bambino meraviglioso. I genitori lo chiamarono Ibrahim, nome arabo del profeta Abramo. Figlio di tre religioni, crebbe nelle strade di Salé, circondato dall’affetto di una comunità che non smetteva di raccontare la storia straordinaria della sua famiglia. A dieci anni, il volto di Ibrahim era già attraversato da una serenità luminosa. Izza, forte del suo destino, gli lasciò un’eredità che vale più di qualsiasi dogma: “Figlio mio, l’unione della mia ebraicità, del mio Islam e della mia cristianità mi ha aperto gli occhi sull’umanità. Io trattengo solo le loro somiglianze e le loro grandi moralità. Ama senza distinzione tutta l’umanità, ogni essere vivente e tutta la natura. Solo l’amore è gratificante, mai l’odio. Non temere le differenze: sono ricchezze che compongono la tavolozza multicolore dell’umanità.”

Testo ispirato al racconto di A. Sedrati

In questa figura romanzata del mondo orientale – lontana dall’Occidente ma sorprendentemente vicina a noi – c’è la stessa tensione ideale che anima la Casa di Abramo di Sandro Raffone: la convinzione che lo spazio, l’arte, le storie possano ancora sfidare il tempo, la politica e il sacro. Siti Izza non è solo una donna. È un’idea. Ed è forse per questo che, due secoli dopo, continua a guardarci da un quadro nella hall di un hotel di Marrakesh, ricordandoci che la pace, prima di essere un progetto, è una scelta.

di Giuseppe Di Giacomo