In un’aula del tribunale di Milano, recentemente, si sono intessuti nuovi fili della trama giudiziaria che vede coinvolti, tra gli altri, Daniela Santanchè, figura emblematica della politica italiana e attuale ministra del Turismo. L’accusa è pesante: truffa aggravata ai danni dell’INPS, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, per abusi nella gestione della cassa integrazione durante il turbolento periodo della pandemia COVID-19.
Al centro dell’attenzione giudiziaria, le modalità con cui la cassa integrazione in deroga è stata richiesta e gestita da Visibilia Editore spa e Visibilia Concessionaria, due realtà aziendali precedentemente legate alla ministra. Secondo l’accusa, rappresentata dai PM Marina Gravina e Luigi Luzi, la senatrice, insieme al compagno Dimitri Kunz e a Paolo Giuseppe Concordia, capo del personale di entrambe le società, avrebbe ottenuto fondi per il sostegno ai lavoratori presumibilmente inattivi, di fatto regolarmente impiegati in modalità smart working.
Le cifre in gioco sono significative: si parla di oltre 126.000 euro distribuiti per un totale di oltre 20.000 ore di lavoro non dichiarate. Queste pratiche, secondo l’accusa, sarebbero state sapientemente mascherate da falsi attestati di inattività lavorativa completa. La ministra, interpellata dai media in margine all’inaugurazione della fiera del Turismo di Rimini, ha mostrato un cauto ottimismo sulle questioni pendenti.
Durante l’udienza, la giudice Tiziana Gueli ha ammesso l’INPS come parte civile, rappresentata dall’avvocato Aldo Tagliente, che ha sollevato la necessità di un risarcimento per i danni patrimoniali e d’immagine subiti dall’ente. La questione si arricchisce di complessità considerando la simultanea richiesta di spostamento del procedimento a Roma, avanzata dalla difesa della ministra, che mira a una rivalutazione della questione giuridica forse più favorevole.
Il nodo cruciale dell’udienza è stata la proposta di patteggiamento avanzata da Visibilia Editore spa, ora in amministrazione giudiziaria, che ha tentato di dirimere la questione con un versamento compensativo, già iniziato, di una sanzione pecuniaria che eviterebbe ulteriori sanzioni accessorie come interdizioni o confische.
L’inchiesta si estende però ben oltre i confini di Visibilia. Altre società collegate alla senatrice nel passato, specialmente nel settore bio-food come Ki Group srl, ora in stato di fallimento, si trovano sotto la lente degli inquirenti per ipotesi di bancarotta, una vicenda che non fa che complicare ulteriormente il quadro.
In questa intricata rete di accuse e difese si delineano non solo le vicissitudini personali dei coinvolti, ma emergono questioni più ampie legate alla gestione trasparente delle risorse pubbliche, all’etica delle pratiche aziendali in tempi di crisi e al rapporto tra la politica e il management aziendale. Una storia che continuerà sicuramente a generare dibattiti e riflessioni sul futuro della gestione pubblica e privata in Italia.
