Trump è andato a prendersi Maduro e signora fin dentro la camera da letto a Caracas. Li ha fatti impacchettare per portarseli a New York. Viaggio di sola andata. Saranno processati e chissà cos’altro. Trump ha detto che lo ha fatto perché erano coinvolti nel narcotraffico verso gli Stati Uniti. Ha pure detto che ora il petrolio venezuelano sarà estratto e commercializzato da società americane. Verrebbe da sperare che almeno ciò avvenisse a buon mercato per noi italiani amici dell’America. Sai che boom economico. Ha detto tante cose e molte ne dirà ancora per una operazione certamente sui generi. Fosse anche concordata con Maduro nell’ipotesi che questi abbia deciso di uscire di scena in modo dignitoso e soprattutto in carne ed ossa se, confermate le notizie, che le casse venezuelane erano vuote e non c’erano più i soldi per pagare i militari. Cosa grave per un regime che si reggeva proprio sul sostegno dei militari. Da cui ne traeva forza e al tempo stesso legittimazione. Ciò che Trump non ha detto apertamente, lasciando però in sottofondo la questione, è che questa rozza operazione di cattura di un governate straniero a casa sua sia stata fatta per l’America, la sua democrazia, il suo sistema economico capitalista. E di conseguenza per noi alleati di questo sistema. Di noi che nuotiamo nello stesso mare e che respiriamo la stessa aria fatta di democrazia prima ancora che di ossigeno. Perché democrazia per noi occidentali è tutto. È un termine che riempie il cuore e appaga i sensi. Lo abbiamo capito da ragazzi che era un valore assoluto, un rifugio sicuro rispetto alle condizioni di limitazioni della libertà che scoprivamo esistere in altre parti del mondo, nei paesi d’oltre Cortina, in Cina, Africa, nei paesi dove vigeva la legge coranica. E non c’era bisogno di viaggiare per scoprire le crude verità che nascondevano i regimi dittatoriali, perché c’erano grandi giornalisti e libere redazioni di giornali che ci spiegavano con profondi reportage cosa stava accadendo in certe parti brutte del mondo. Oppure lo scoprivamo durante le Olimpiadi, quando puntualmente c’erano atleti che si dichiaravano rifugiati e ci raccontavano storie terribili di limitazione delle libertà. Tutti invocano il diritto internazionale rispetto alla presa di Maduro e consorte. Ma dove è il diritto internazionale e l’Onu quando vengono ammazzati giornalisti a Gaza e in giro per il mondo. E non mi riferisco ai relatori esterni come Francesca Albanese. Ma ai veri e propri diplomatici delle Nazioni Unite. Gli uffici, i funzionari, è da tempo che non intervengono quando dovrebbero. Quando fu bombardata Belgrado dagli Alleati, i caschi blu erano a pochi passi, impegnati in Bosnia e nessuno mosse un dito. Fu scippato il Kosovo alla Serbia nel silenzio generale. Quando l’Iraq fu attaccato dagli Stati Uniti eravamo in guerra contro un crudele dittatore. Non una ma due guerre ci vollero per ribaltarlo. Eravamo impegnati a camminare ciecamente verso il sole dell’avvenire, ad abbracciare la globalizzazione che ci restituiva una meritata opulenza. L’Europa si allargava e mettevamo nelle nostre tasche una moneta più pesante. Con essa la possibilità di viaggiare in Paesi del terzo mondo che offrivano il fianco alle nostre esistenze gioviali. Si poteva viaggiare con pochi soldi per Bangkok come per l’Avana. Fidanzarsi con ragazze tailandesi o cubane e casomai portarsele a casa, immergerle nella opulenza nostrana. Ma anche chi non aveva grandi possibilità di viaggiare poteva godere della globalizzazione. Rifare una camera da letto, o un divano, o una cucina, costava finalmente poco in negozi come ad esempio l’Ikea, che offriva arredo in pezzi come il Lego, rigorosamente fatti in Asia, da vietnamiti, cambogiani, cinesi, vai a capire da chi è in quali condizioni di lavoro. Mai porsi certe domande per carità. Perché superflue per popolazioni evolute come noi democratici. Casomai ci si poteva illudere che quella gente terzomondista aveva finalmente l’opportunità di guadagnare. Ciononostante i flussi migratori per l’occidente si intensificavano proprio da questi Paesi, segno che quelle economie poi così bene non andavano. E intanto gli artigiani italiani, francesi, spagnoli, europei, chiudevano bottega perché non reggevano il mercato globale. Sullo sfondo altre guerre come quella in Afganistan perché bisognava sconfiggere al-quaeda e l’integralismo talebano. Ciò implicava entrare in un’altra camera da letto, quella di Osama Bin Laden, impacchettarlo, portarselo via e gettarlo da un aereo nel Pacifico per evitare di farne un martire musulmano. Poi le guerre in Libia e in Siria sempre in difesa delle democrazie. Personalmente non ho ricordo di manifestazioni pro Gheddafi o Assad nelle nostre belle piazze illuminate. Porre le nostre democrazie in una dimensione storica contemporanea, filtrarne il giudizio al cospetto della coerenza è un gioco pericoloso. Ancor di più lo è se si cerca di dargli un profilo di collocazione politica, di sinistra, destra, centro. Perché la democrazia è una, pacchetto completo, maggioranza, opposizione, bilanciamento dei poteri ed equilibri istituzionali. Alla fine altro non è che la scenografia che fa da sfondo alle nostre esistenze plagiate dal benessere. Una confort zone che garantisce il microclima indispensabile al capitalismo per tenere tutto insieme. E l’esistenza del nostro bel mondo occidentale, della nostra vita comoda, al caldo di stufe d’inverno e aria condizionata d’estate, di passeggiate in bicicletta e nei parchi la domenica. La nostra esistenza è appiccicata al capitalismo come su carta moschicida. Piaccia o non piaccia.
di Fabrizio Camastra

