
C’è un mondo invisibile sotto i nostri piedi, nelle pareti degli edifici e nei materiali che ogni giorno accompagnano la nostra vita. È il mondo della scienza dei materiali, dove la ricerca può trasformare uno scarto in una risorsa e un’intuizione in un’innovazione capace di cambiare il futuro. In questo affascinante viaggio si distingue l’ingegner Ilenia Farina, docente di Scienza e Tecnologia dei Materiali all’Università di Napoli Parthenope, riconfermata nella prestigiosa classifica mondiale “World’s Top 2% Scientists”. Un riconoscimento internazionale che premia il valore di un percorso costruito tra sperimentazione, sostenibilità e nuove tecnologie, insieme al gruppo MASERG (materials science and engineering research group). Dalle malte ecocompatibili alla stampa 3D, il suo lavoro racconta una sfida concreta: costruire meglio, consumare meno risorse, dare nuova vita a ciò che consideriamo rifiuto. Perché dietro ogni materiale innovativo c’è una domanda sul futuro del nostro pianeta.
Professoressa Farina, essere riconfermata nella classifica “World’s Top 2% Scientists” significa vedere il proprio lavoro riconosciuto in un panorama scientifico internazionale di altissimo livello. Qual è il valore più profondo di questo risultato per Lei e quanto rappresenta anche il successo del gruppo di ricerca MASERG con cui condivide quotidianamente questo percorso?
La riconferma in questa classifica è per me motivo di profonda gratificazione, poiché testimonia la continuità e la dedizione che hanno accompagnato il mio lavoro: un percorso fondato su scelte di ricerca coerenti, perseguite con costanza nel corso degli anni. Più che un traguardo, la vivo come uno stimolo a proseguire con rinnovato slancio. La ricerca, del resto, non è mai stata per me soltanto un mestiere: è passione, è vita. Non conosce orari, non si lascia scandire dai giorni della settimana e mi accompagna ben oltre i confini del laboratorio. È, al tempo stesso e soprattutto, un risultato corale. La ricerca sperimentale sui materiali è per sua natura un’impresa collettiva, che vede impegnati dottorandi, assegnisti, tecnici di laboratorio, colleghi del nostro Ateneo e di altre università, nonché partner industriali. Ogni pubblicazione è il frutto di lunghe ore trascorse in laboratorio, di confronti serrati e, non di rado, di prove che non hanno dato gli esiti sperati. Il riconoscimento, pertanto, appartiene a tutte le persone che, giorno dopo giorno, condividono con me questo cammino.
La sua attività scientifica si muove tra materiali di scarto da valorizzare, malte e calcestruzzi ecocompatibili e tecnologie di produzione additiva. Come può la ricerca sui materiali innovativi trasformare ciò che oggi consideriamo uno scarto in una risorsa, contribuendo concretamente alla sostenibilità ambientale e all’evoluzione dell’industria?
Il settore delle costruzioni figura tra i maggiori consumatori di materie prime e tra i principali responsabili delle emissioni di CO₂, in larga misura a causa della produzione del cemento. Proprio per questa ragione, il settore racchiude in sé uno straordinario potenziale di trasformazione. La nostra ricerca muove da un interrogativo tanto semplice quanto fecondo: ciò che oggi è destinato alla discarica può diventare un nuovo materiale? Ci occupiamo di scarti industriali, materiali da demolizione, fibre di recupero e altri rifiuti, che impieghiamo come aggregati, come fibre di rinforzo o in parziale sostituzione del legante all’interno di malte e calcestruzzi. L’obiettivo non si esaurisce nello “smaltire meglio”: aspiriamo a ottenere materiali dotati di prestazioni meccaniche e di una durabilità adeguate e, in alcuni casi, persino superiori a quelle dei materiali tradizionali. La produzione additiva, ossia la stampa 3D, apporta un ulteriore e significativo elemento: consente di collocare il materiale soltanto là dove è necessario, di ottimizzare le geometrie e di ridurre gli sprechi. Coniugare materiali ecocompatibili e tecnologie digitali significa agire su un duplice piano: su ciò che costruiamo e sul modo in cui lo costruiamo. È proprio in questa sintesi che si racchiude il contributo più concreto che la ricerca può offrire alla transizione ecologica dell’industria.
Dietro ogni risultato scientifico ci sono anni di studio, sperimentazioni, tentativi e spesso sfide ancora da risolvere. Nel suo percorso, iniziato nel 2013, quali sono state le difficoltà più significative e quali prospettive si aprono oggi grazie allo sviluppo del laboratorio universitario e alla collaborazione tra competenze diverse?
Le difficoltà non sono certo mancate. La prima riguarda la durata stessa della ricerca sperimentale: un materiale cementizio, per esempio, richiede uno studio prolungato, poiché le sue proprietà evolvono nel tempo e la sua durabilità può essere dimostrata soltanto attraverso prove condotte con pazienza. Vi è poi la questione delle risorse: dotarsi delle attrezzature necessarie e assicurarsi finanziamenti continuativi costituisce un impegno costante, che spesso procede di pari passo con l’attività scientifica. Vi è, infine, la sfida del trasferimento dei risultati: passare dal provino di laboratorio all’applicazione reale significa misurarsi con normative, costi e consuetudini radicate nel settore. Sono ostacoli che ho sempre affrontato sorretta dalla passione: quando si ama profondamente ciò che si fa, anche la fatica acquista un senso. Oggi le prospettive sono quanto mai incoraggianti, e un ruolo centrale spetta al CRITEST Innovation Lab, infrastruttura dedicata alla ricerca applicata, al trasferimento tecnologico e alla sostenibilità, nella quale si conduce sperimentazione in scala reale. Ciò ci consente di verificare i materiali e le soluzioni messi a punto in laboratorio su elementi e componenti di dimensioni effettive, nelle stesse condizioni in cui saranno chiamati a operare. È proprio questo il passaggio che per molti anni è stato il più arduo da compiere e che oggi possiamo finalmente affrontare in modo diretto.
La classifica internazionale premia quest’anno venti ricercatori dell’Università Parthenope, confermando il valore della ricerca sviluppata nell’Ateneo, guardando alle nuove generazioni, quale messaggio si sente di rivolgere a giovani ricercatrici e ricercatori che desiderano intraprendere questa strada? E quali sono le prossime sfide scientifiche che vorrebbe affrontare per trasformare le conoscenze di oggi nelle innovazioni di domani?
La presenza di venti ricercatori dell’Università Parthenope in questa classifica rappresenta un segnale di grande rilievo. Essa attesta che nel nostro Ateneo si svolge una ricerca di qualità, riconosciuta a livello internazionale, e ciò deve costituire motivo di fiducia per chi si affaccia oggi a questo percorso. Alle giovani ricercatrici e ai giovani ricercatori direi anzitutto di vivere la ricerca come una passione, prima ancora che come una professione: un impegno totalizzante, che chiede molto ma regala, in cambio, soddisfazioni profonde e durature. Li inviterei poi a coltivare la curiosità senza timore di sbagliare, poiché in laboratorio un risultato inatteso rappresenta spesso il preludio di una scoperta. Li esorterei, inoltre, alla costanza, perché la ricerca sa premiare chi ha pazienza; e, non da ultimo, ad aprirsi al confronto: viaggiare, collaborare, lasciarsi arricchire da discipline diverse dalla propria. Quanto alle sfide future, il mio auspicio è condurre i materiali che studiamo fuori dal laboratorio, verso applicazioni concrete, sviluppando soluzioni sempre più a basso impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita.
Grazie
di Giuseppe Di Giacomo


