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Incontro con Francesco Tufarelli in occasione della proiezione del docufilm “De Mita, l’animale politico”

In IN EVIDENZA, INSERTI CULTURA, POLITICA
Maggio 11, 2026
A Roma, in occasione del docufilm su Ciriaco De Mita, Francesco Tufarelli riflette sulla crisi della politica, sul declino della partecipazione e sul difficile rapporto tra istituzioni e classe dirigente contemporanea.

A oltre trent’anni dal collasso della “Balena Bianca“, il dibattito sulla Democrazia Cristiana torna al centro della scena non come esercizio di nostalgia, ma come interrogativo sulla qualità della nostra classe dirigente. Questa sera, il Cinema Caravaggio di Roma ospita “Pensare DC“, riflessione ispirata al docufilm “De Mita, l’animale politico”. A guidare il confronto è Francesco Tufarelli, Direttore Generale presso la Presidenza del Consiglio, che, forte dell’esperienza maturata in 27 governi, analizza il declino di un metodo — quello della partecipazione e della formazione — contrapponendolo alla fragilità dei “micro-partiti” e dei personalismi odierni. Un’intervista che è un monito: la Pubblica Amministrazione non può essere l’alibi di una politica che ha smarrito la sua funzione di guida.

Direttore Tufarelli, la sua esperienza attraversa stagioni diverse della vita istituzionale. Guardando alla tradizione democristiana, quale ritiene sia l’eredità più viva e quale quella più fraintesa?

La DC è stata il pilastro del sistema politico dal dopoguerra fino al 1992. Rappresentava oltre un terzo degli italiani; una stabilità garantita nel tempo, nonostante la percezione critica di governi brevi. In realtà, la continuità era data dalla staffetta tra ministri che passavano il testimone di un’idea condivisa di “sistema Paese”. Le correnti, spesso criticate, erano in realtà una fucina di partecipazione: dal postino all’amministratore delegato, tutti potevano incidere sul programma. Questo coinvolgimento portava alle urne oltre l’80% degli italiani. La capacità di essere un partito inclusivo, capace di rappresentare il Paese, è l’eredità più viva. Il difetto attuale, invece, è il proliferare di micro-partiti legati a leader che non riescono a offrire una visione collettiva.

Nel docufilm emerge la figura complessa di Ciriaco De Mita. Qual è la lezione politica più attuale del suo pensiero?

De Mita è stato un grande segretario e un politico di visione. La sua parabola insegna che la politica è anche un’occupazione “full-time”. Negli ultimi anni, da sindaco del suo comune, non ha mai smesso di offrire il suo contributo alla riflessione nazionale, mi viene in mente il dibattito televisivo con Matteo Renzi. Ricordo, inoltre, che proprio l’11 maggio, pronunciò la sua ferma critica alla chiusura del Parlamento durante la pandemia: da statista, pur comprendendo l’emergenza, riteneva inaccettabile la sospensione della dialettica democratica. È significativo ricordare, proprio oggi, un leader che fino alla fine ha rappresentato un punto di riferimento per chiunque volesse intraprendere un percorso politico serio.

Ha collaborato a lungo con Rocco Buttiglione. Come può la sua visione del cattolicesimo politico aiutarci a leggere il presente?

Buttiglione faceva parte di quel bacino di intellettuali chiamati a dare risposte nei momenti di crisi. E’ stato un ottimo ministro, capace di grandi aperture internazionali e di un rapporto profondo con figure come Kohl, Merkel e Wojtyla. Ha avuto modo di approvare la prima vera legge in materia comunitaria europea dopo quella La Pergola. Tante cose fatte in breve tempo che mi onorano di aver lavorato con lui. Tuttavia, ha faticato a gestire le dinamiche interne e i “veleni” delle correnti, che allora costituivano la vera forza elettorale. Rocco Buttiglione è un filosofo che ha tentato un’opera complessissima, di riuscire a recuperare una fascia di moderati intorno a un progetto profondamente democristiano, ma purtroppo era finito il tempo. Sostanzialmente non si è interpretato il sentimento dei cittadini, poi in quel momento l’avvento del presidente Berlusconi e di altri ha determinato una svolta alla politica che non consentiva in un sistema bipolare una terza forza centrista. Gli italiani possono decidere di stare con vince o chi perde, difficilmente stanno col secondo che perde.

L’iniziativa “Pensare DC” vuole riaprire una riflessione: esiste ancora spazio per un nuovo umanesimo di ispirazione cristiana?

L’iniziativa, nata da un’idea di Andrea Camaiora, con il contributo di La Parabola e The Skill, rappresenta una staffetta generazionale. Il 1992 ha interrotto questo passaggio di testimone: quella classe dirigente fu spazzata via in poco tempo, senza riuscire a lasciare un’eredità strutturata. Il tentativo odierno è di recuperare quel metodo di pensiero e di impegno, necessario in un contesto in cui manca una formazione politica solida.

Nel suo ruolo alla Presidenza del Consiglio, quanto è cambiato il rapporto tra politica e amministrazione rispetto alla Prima Repubblica?

Il rapporto è in difficoltà perché manca la distinzione dei ruoli prevista dagli articoli 97 e 98 della Costituzione: alla politica spetta l’indirizzo, all’amministrazione l’attuazione. Quando la politica non è capace di dettare la linea, il sistema va in tilt. È emblematico il ricorso frequente ai governi tecnici: una soluzione che, per sua natura, dovrebbe restare un’eccezione, poiché manca di quella legittimazione elettorale necessaria per guidare il Paese a lungo termine. Aggiungo che oggi il rapporto tra politica e amministrazione è cambiato. Non è colpa dei funzionari se la politica è debole; nella Prima Repubblica, nessun ministro avrebbe mai osato scaricare le proprie responsabilità sui direttori generali. Non vedo Andreotti! Non vedo Martinazzoli! Non vedo Colombo! Non vedo Pisani, a scaricare la colpa sulla pubblica amministrazione. Oggi, purtroppo, succede spesso, costringendo l’amministrazione a un compito di supplenza che non le compete.

Grazie

di Giuseppe Di Giacomo

Segue un report fotografico dell’iniziativa: