di Sabino Morano – Come ogni anno, in questo particolare periodo, la retorica resistenziale si impone al dibattito pubblico con tutto il vigore ottuso ed intollerante che le deriva da una lettura ideologicamente strumentale e manichea della Storia. L’atteggiamento infatti, è tradizionalmente quello intransigente di una certa egemonia, poco incline al ragionamento, per nulla diretto alla pacificazione nazionale e sempre teso ad “aizzare la massa” in forza di una narrazione suggestiva. Tale approccio che si manifesta ritualmente in occasione di ogni 25 Aprile, non è mai stato confinato al mero giudizio storico su precisi avvenimenti ma è diventato via via modello per una prassi politica sempre più aggressiva. Molte delle dinamiche politiche che hanno caratterizzato il lungo periodo che va dal secondo dopoguerra fino ai nostri giorni si sono distinte per la continua e sistematica delegittimazione e demonizzazione dell’avversario. Tale atteggiamento è andato determinando, non solo l’impossibilità di formare una memoria condivisa sui principali eventi della nostra Storia, ma anche l’incapacità di una parte consistente della politica italiana di anteporre l’interesse nazionale alle contingenti convenienze nello scontro tra le parti. La robustezza morale di una Nazione passa per la capacità di superare i conflitti della Storia inverandoli in una tradizione nazionale condivisa. Le dinamiche che ci hanno portato all’attuale stato delle cose si sono fondate appunto, non su elaborazione ed inveramento degli eventi, ma sulla loro strumentalizzazione, tesa quest’ultima a far ricorso a quel meccanismo di psicologia delle masse che Elias Canetti, nel suo “Massa e potere”, individua nei comportamenti tipici di quella che definisce la “massa aizzata”. Nella sua magistrale opera l’autore spiega che la massa aizzata si forma in vista di una meta, nota, vicina, facilmente raggiungibile. Essa si propone di uccidere e sa con precisione chi ucciderà; individuata una “vittima” la massa si forma automaticamente, persegue il suo scopo con assoluta determinazione. La concentrazione sull’uccidere è intensa, assoluta, ogni individuo vuole partecipare all’uccisione, ogni individuo vuole colpire, o, se non ci riesce, almeno vedere come colpiscono gli altri. La vittima costituisce lo “scopo” della massa ed al tempo stesso il suo momento di massima concentrazione; essa riunisce verso di sé tutte le azioni, facendo coincidere scopo e concentrazione. La massa aizzata cresce rapidamente, in quanto la sua impresa non è minacciata da pericoli: la superiorità numerica della massa è schiacciante, la vittima può solo tentare di fuggire, non può reagire, è inerme. Per la sua morte nessuno verrà punito, si tratta di un omicidio autorizzato che compensa tutti gli omicidi cui ciascuno dei componenti della massa è costretto a rinunciare per evitare sanzioni. Per molti uomini è irresistibile un omicidio con tali caratteristiche (“homo hominem perdere libet”), consentito, senza pericoli, condiviso con altri uomini, raccomandato. Si tratta quindi di una “uccisione collettiva”. La lapidazione ad esempio ne è la sua espressione più tipica. Ma anche quando la lapidazione è divenuta desueta, la tendenza all’uccisione collettiva permane: il vero boia è la massa che attorno al patibolo si raduna; la massa aizzata si accalca intorno all’esecuzione, vi partecipa emotivamente, vuole che il dramma si compia. Il disgusto per l’uccisione collettiva, osserva Canetti, è recente, non bisogna sopravvalutarlo. Se è vero che la gente oggi non si accalca più intorno ai patiboli, ciò non vuol dire che all’interno della società non permangano altre forme di partecipazione a differenti forme di uccisioni collettive. Oggi ognuno, per esempio, partecipa alle esecuzioni pubbliche attraverso i linciaggi e le campagne di stampa orchestrati dai giornali: il lettore non è responsabile di nulla, sta comodamente distante, partecipa però emotivamente e attivamente alla vicenda, ne entra a conoscenza dei particolari più interessanti, quelli che lo eccitano in maggior misura. Tra i lettori dei giornali è sopravvissuta una massa aizzata più moderata ma più irresponsabile per la sua lontananza degli avvenimenti; si sarebbe tentati di definirla come la forma più spregevole ed al tempo stesso più stabile di massa aizzata. E’ evidente dunque come l’Italia repubblicana sia stata particolarmente vulnerabile rispetto a fenomeni di questo tipo; le fasi della sua storia sono state spesso scandite da avvenimenti che hanno assunto i caratteri del concetto che Canetti definisce come “uccisione collettiva”. Si pensi a Piccioni, Leone, Craxi, Berlusconi, fenomeni di “massa aizzata” che realizzarono forme moderne di “uccisioni collettive” che hanno contribuito a rendere l’Italia più debole e più divisa. Tale fenomeno ricorrente nell’incedere del percorso repubblicano resta alla base di quella debolezza morale della Nazione ontologicamente nemica dell’interesse collettivo e trova la sua genesi politica nei giorni immediatamente successivi al 25 Aprile. Quella domenica del 29 aprile 1945, alle 03.40 in Piazzale Loreto a Milano, vengono portati dalla colonna partigiana comandata da Walter Audisio (il famigerato “colonnello Valerio”) i corpi senza vita di Benito Mussolini, di Claretta Petacci e degli altri che, poche ore prima, sono stati fucilati a Dongo. Nelle ore che seguono va in scena un macabro rituale di violenza e crudeltà inaudite, lo scempio tribale dei cadaveri dileggiati, vilipesi, percossi in ogni modo, nell’ambito di una gara macabra in cui ognuno dei partecipanti si abbandona a gesti di estrema ferocia, eccitato ed allo stesso tempo “legittimato” dall’appartenere alla “massa aizzata” che ha scelto la sua vittima. Nelle foto scattate qualche ora dopo all’obitorio, il cadavere di Mussolini è irriconoscibile, il volto sfigurato dalla furia di chi vi si è accanito contro per ore, la barbarie più cieca che diventa catarsi di una primordialità terrificante, fanatica, belluina, forse dovuta alla necessità di esorcizzare un passato collettivo, un passato fatto di consenso sociale diffuso verso il fascismo e verso Mussolini. Un rito di sangue ferino, bestiale, per mezzo del quale i nuovi italiani abiurano se stessi, per “purificarsi” attraverso l’orrore, ed adeguarsi a quello che sarà il nuovo lemma “democratico” ed antifascista. Si tratta di un episodio atroce e simbolico, unico quanto atipico nella storia di un popolo come il nostro, alla cui cultura risultano generalmente estranee simili condotte. Piazzale Loreto costituisce un marchio indelebile, il “peccato originale” che graverà sul capo della nascente Repubblica, un anatema arcaico e terribile che ne accompagnerà le vicende. Il fatto che rispetto ad una tale inaudita barbarie lo Stato democratico e la cultura ufficiale mai abbiano inteso pronunciare la loro riprovazione e la conseguente più grave ed inappellabile delle condanne, costituirà negli anni a seguire il seme maledetto di una cultura di odio che spaccherà il popolo e la nazione nel loro intimo, consegnando le fasi più delicate della loro storia al protagonismo della “massa aizzata”. L’Italia, al netto delle esternazioni “costituzionali”, è finita per essere una repubblica pseudo-democratica fondata sulla “massa aizzata”: concimati dal sangue e dagli sputi, e dal patriottico eroismo di chi volle urinare sul corpo senza vita della Petacci, sono germogliati i fiori atroci di quel cannibalismo spietato che ha caratterizzato tanti tristi momenti della storia nazionale. La colpa che noi tutti ci portiamo addosso, di quei cadaveri appesi, di quell’immagine tremenda e surreale, ci ha reso vulnerabili, inermi, privi della forza morale capace di emarginare da ogni con testo coloro che, non in possesso di capacità di pensiero, estrinsecano la loro azione politica attaccando gli uomini invece di confutarne le tesi. La nostra società malata pullula di individui che, ergendosi a sacerdoti di una moralità auto-proclamata, si scagliano, disseminando di odio il sentire comune, contro “prede” a cui non viene concessa la dignità di esseri umani, come se il ruolo svolto in una o più circostanze della propria vita o in determinate vicende li rendesse una specie di animale sacrificale, il “capro” a cui i sacerdoti dell’odio riserveranno supplizi che spesso andranno ben oltre la loro morte corporale, perseguitandone la prole con la condanna di una memoria distorta. Il peccato originale di Piazzale Loreto, mai riconosciuto ed emendato dai rappresentanti del bigottismo opportunista repubblicano, rappresenta ancora l’odore del sangue che eccita i cannibali di ieri e di oggi: la celebrazione dell’uccisione collettiva, la “massa aizzata” che incoraggia ed “assolve” i suoi componenti. Il peccato originale di aver tollerato che alla nascita della Repubblica partecipassero gli untori dell’odio, si è ciclicamente abbattuto quale terribile flagello sulla storia della nostra democrazia. Dopo la nascita della Repubblica, il cosiddetto “antifascismo militante” si è assunto il compito di impedire ad ogni costo una seria pacificazione nazionale, inibendo la possibilità di costruzione di un sentimento unitario nazionale sincero e condiviso, allo scopo di far prevalere la furia ideologica della fazione rispetto al senso dello Stato e all’orgoglio nazionale. Nemmeno il cambio di paradigma seguito alla fine della guerra fredda è riuscito a sottrarre la Nazione alla logica della “massa aizzata”, impedendo quello che poteva essere il momento di una “revanche” italiana. Anche in quell’epoca infatti ci fu chi si affrettò ad esaltare le ragioni della divisione toccando spesso e volentieri le suggestive corde che conducono al rito dell’uccisione collettiva. Oggi che nessun protagonista delle vicende della “guerra civile” è ancora in vita, è giunto il momento di dare abbrivio ad una grande operazione di onestà intellettuale: la condanna istituzionale dei fatti di Piazzale Loreto come “battesimo” che emendi la Repubblica per avviare la costruzione di un nuovo edificio morale dell’italianità fondato sul sentimento nazionale che ripudi, per sempre, il ricorso strumentale alla “massa aizzata”.


