E così, passavano i giorni, dove Arturo, sorseggiava il suo caffè, nel ventre di pietra del centro storico, dove i vicoli si stringono come dita attorno al tempo, così le sue dita stringevano la tazzina che la signora Carmela gli offriva con cura quasi a volerne trattenere il calore. Respirava lento, tra l’odore di caffè, l’incenso e il mare poco lontano. E ogni volta, le voci dei passanti arrivavano attutite, come filtrate da un secolo all’altro, e proprio lì – sotto un balcone annerito dalla pioggia e dal sole – c’era una porta troppo stretta per essere moderna. Lì, c’era il suo rifugio preferito. Sopra, una targa smaltata, scheggiata in tre punti, diceva soltanto:
LIBRERIA – VITTORIO.
Nessun orario. Nessun genere. Nessuna promessa.
Entrare significava smettere di avere fretta.
La libreria non aveva orari perché il signor Vittorio non misurava il tempo in minuti,ma in respiri.
La campanella non suonava: sospirava.
E l’odore – l’odore – non era polvere, ma memoria.
Carta, tabacco dolce, legno bagnato e qualcosa di agrumato, come scorze d’arancia dimenticate in tasca.
Gli scaffali salivano fino al soffitto a volta, piegandosi leggermente verso il centro, come vecchi che si confidano segreti. Alcuni libri erano impilati orizzontali, altri obliqui, altri ancora sembravano aver scelto da soli dove stare.
C’era perfino un atlante appoggiato su un vocabolario russo, che non aveva alcuna ragione di trovarsi lì – e proprio per questo era perfetto.
Dietro il bancone non c’era un registratore di cassa, ma una scatola di latta di biscotti danesi.
E dietro la scatola, il signor Vittorio.
Il suo volto sembrava fatto della stessa materia della carta antica: chiaro, attraversato da linee sottili che non invecchiavano ma ricordavano.
Le sopracciglia restavano leggermente sollevate anche nel silenzio, come se ascoltasse qualcuno dietro le parole.
Gli occhi, invece, avevano l’ombra buona di chi ha letto molte vite senza giudicarne nessuna.
Il signor Vittorio, sapeva tutto ciò che fosse mai stato scritto su carta. Non solo i titoli:
ricordava chi li aveva letti e perché. Parlava poco ma consegnava libri come fossero diagnosi gentili.
Per Arturo era un maestro silenzioso: suggeriva storie invece di consigli, certo che ogni risposta esistesse già, bastava trovarla tra le pagine giuste.
Il signor Vittorio non chiedeva mai:
“Che genere le piace?”
Chiedeva invece:
“A che ora ha iniziato oggi a sentirsi stanco?”
Oppure:
“Lei, quando era bambino, aveva paura del mare o gli parlava?”
Quando un cliente entrava, Vittorio non diceva mai “buongiorno”.
Diceva:
– Si accomodi, qui le storie parlano piano.
E davvero parlavano.
Ma prima ancora parlava lui.
Non consigliava libri.
Li presentava.
– Questo è timido, ma resiste.
– Questo mente all’inizio e poi si pente.
-Questo le farà compagnia nei giorni in cui non saprà a chi telefonare.
La gente sorrideva senza sapere perché si fidasse.
Poi restava.
I clienti rimanevano perplessi. Alcuni ridevano. Alcuni si offendevano. Ma tutti, inevitabilmente, rispondevano.
E allora lui non suggeriva un titolo.
Raccontava.
C’era un uomo che viveva sopra una farmacia a Procida.
Non era malato, ma ogni sera scendeva a leggere i bugiardini dei medicinali.
Gli piacevano perché descrivevano vite possibili:
capogiri, perdita di memoria, sogni vividi.
Un giorno trovò scritto: “potrebbe verificarsi nostalgia di un luogo mai visitato”.
Il mattino dopo partì senza sapere dove andare.
Prese un libro sottile, copertina azzurra scolorita, e glielo porse.
“Questo non parla di Procida – ma cura quella cosa lì.”
La ragazza non chiese il prezzo.
Quando la piazza si svuotava e il cono della guglia diventava viola nel crepuscolo, Vittorio parlava ai libri mentre chiudeva.
“Oggi siete andati bene.”
Accarezzava i dorsi come si controlla il respiro dei figli.
Quando la porta si chiudeva e la piazza diventava lontana,
Vittorio passava tra gli scaffali come un medico in corsia serale.
Raddrizzava un volume inclinato.
Apriva una pagina a caso.
– Tu invece sei geloso, vuoi sempre tornare da chi ti ha lasciato a metà – sussurrava..
Non era follia.
Era gratitudine.
Diceva che i libri sopportano di essere dimenticati,
ma non di essere trattati come oggetti.
Arturo lo capì una sera di pioggia.
Entrò solo per ripararsi,
ma la pioggia smise prima dentro di lui.
Sedette senza comprare.
Senza parlare.
Senza dover essere niente.
In quella stanza nessuno chiedeva cosa sarebbe diventato,
quanti esami mancavano,
che lavoro avrebbe fatto.
I libri non aspettavano risultati.
Accettavano presenza.
Vittorio gli porse un volume sottile.
– Non leggerlo subito. Tienilo accanto.
Arturo lo fece.
Scoprì che alcune pagine servono anche chiuse.
Da allora tornava ogni giorno.
Non per cercare una storia,
ma per sospendere la propria.
La libreria era l’unico posto dove il futuro non premeva.
Dove il passato non giudicava.
Dove il presente bastava.
E quando usciva, Vittorio non salutava mai.
Diceva soltanto:
– Torni pure quando ha bisogno di essere soltanto una persona.
Poi spegneva la luce grande lasciando solo una lampadina calda vicino alla porta, perché
– diceva –
“i libri devono vedere la notte, altrimenti dimenticano di essere stati alberi.”
Si racconta che, anni dopo la sua morte, qualcuno continui a trovare la libreria aperta nei
pomeriggi di pioggia.
Dentro non c’è nessuno.
Solo un libro già scelto sul bancone.
E, se si resta abbastanza a lungo, tra gli scaffali si sente una voce bassa che comincia:
“Allora… mi racconti: quando ha smesso di aspettare qualcosa?”
La famiglia Capece abitava all’ultimo piano. Genitori di Carlo e Francesco, gemelli.
Il padre avvocato e la madre docente universitaria discutevano sempre a bassa voce, come se le idee potessero rompersi cadendo.
I gemelli, Carletto e Francesco, erano opposti perfetti: uno poetico, uno preciso.
Arturo insegnava loro matematica e imparava da loro la leggerezza. Capì che educare non significava riempire, ma fare spazio.
Arturo usciva con il tubo dei disegni.
Napoli lo accoglieva sempre con un suono diverso.
Un giorno martelli.
Un giorno radio.
Un giorno litigio.
Un giorno canto.
Attraversava i vicoli verso Palazzo Gravina contando balconi.
Aveva stabilito che una casa felice possiede almeno un balcone disordinato.
Alla “puteca” di Calata Trinità Maggiore, Luigi preparava il panino senza chiedere.
– Oggi mortadella – decretava – giornata da progetto.
Prima di svoltare l’ultimo angolo che lo portava a Palazzo Gravina, Arturo, prendeva a volo da Salvatore, le sue albicocche acerbe, che rendevano le sue giornate, migliori.
Le lezioni iniziavano alle otto.
Storia dell’Architettura.
Il professore parlava di città antiche.
Arturo invece disegnava quella presente.
Annotava crepe, archi storti, finestre murate.
E così tra un aula e l’altra saliva le scale, senza saperlo.
Sul terrazzo accademico, mangiava le sue albicocche acerbe, guardando il mare tra i tetti.
– Le città respirano verso l’acqua – disse un giorno a una compagna.
– E verso le persone?
– Le persone sono mare temporaneo.
Il pomeriggio insegnava matematica ai gemelli Capece.
Francesco voleva diventare pilota.
Carletto poeta.
– I numeri sono come i passi – spiegava Arturo – servono a non cadere.
– E tu? – chiese Carletto – dove vuoi arrivare?
Arturo non rispose subito.
– A costruire un posto dove qualcuno voglia restare.
Al tennis club la sera diventava istruttore.
– Il rovescio è una promessa – diceva ai ragazzi – non colpisce, accompagna.
Rientrava quando le finestre si spegnevano una a una.
Nel palazzo restavano solo voci basse e stoviglie.
Sul pianerottolo la signora Carmela raccontava la giornata.
– Oggi Peppino ha venduto tutto il pesce prima di mezzogiorno.
– Allora domani piove – rispondeva Arturo.
– Tu disegni e già lo sai?
La notte studiava.
O faceva finta.
Disegnava case impossibili.
Corridoi pieni di vento.
Cucine luminose.
Terrazze con due sedie.
Sempre due.
Senza sapere perché.
Una sera il signor Vittorio gli prestò un libro senza titolo.
– Non si restituisce – disse – si continua.
Arturo capì allora che l’architettura non era costruire muri.
Era preparare incontri.
Non sapeva ancora che uno lo aspettava.
Sotto la pioggia.
Su una panca.
Nei vicoli la luce cambiava colore ogni ora: mattino di latte, mezzogiorno di pietra, sera di arance.
Arturo imparava la città come una lingua viva, fatta di voci dai balconi, passi nei cortili e odore di pane. Ogni persona incontrata diventava una stanza possibile della sua futura casa .
di Carmine Tomeo

