Ce vò caccherun che veramente vo bene all’Italia!
Arò vaivai, p’ mmare, p’ ciel e p’ terr, vir caccos e bell.
Evvai a Pantelleria, vir nu mar che t’ pigli l’anima.
Evvai a Calabria, manc t’ l’aspiet e verè meraviglie e tute e manier.
Evvai a Positano, ro mar ia guardà, o ra muntagn!
Me stev perdenn, arò era accuminciat?
Ce vò caccherun che veramente vo bene all’Italia… Noi, sul, nuncià pùtimm mai fà!
di Concetta Buonocore

Un grido semplice che interroga la coscienza del Paese
C’è una forza particolare nelle parole di Concetta Buonocore, geologo della Costiera Amalfitana, quando sceglie di affidare alla lingua più intima — il dialetto napoletano — la sua riflessione sull’Italia. Non è una poesia costruita con l’ambizione letteraria della forma. È piuttosto un pensiero che nasce dalla terra, dal mare e dall’esperienza concreta di chi osserva il paesaggio per mestiere e per amore. Il titolo, “L’Italia”, è già una dichiarazione di campo. Non l’Italia delle istituzioni o delle polemiche quotidiane, ma quella che si scopre guardando il Paese “p’ mmare, p’ ciel e p’ terr”: dal mare, dal cielo e dalla terra. Tre coordinate quasi geologiche, non a caso scelte da chi la terra la studia. Il testo si muove come un viaggio spontaneo. Da Pantelleria alla Calabria, fino a Positano. È un itinerario sentimentale prima che geografico. L’autrice non descrive con precisione turistica i luoghi: li evoca. Il mare che “t’ pigli l’anima”, la meraviglia inattesa della Calabria, lo sguardo sospeso tra mare e montagna di Positano. E poi accade qualcosa di significativo: la poesia si interrompe quasi, si perde. “Me stev perdenn, arò era accuminciat?” — mi stavo perdendo, da dove avevo cominciato? È una pausa che somiglia molto allo stato d’animo di molti italiani oggi: un Paese che si distrae nelle sue bellezze, mentre attorno si muovono questioni più profonde. Il verso iniziale ritorna come un ritornello morale: “Ce vò caccherun che veramente vo bene all’Italia.” Ci vuole qualcuno che voglia davvero bene all’Italia. Non è un richiamo politico diretto, ma il contesto in cui queste parole emergono non è neutro. L’Italia attraversa una stagione di tensione civile e internazionale: il dibattito sul Referendum sulla giustizia in Italia riapre interrogativi sulla fiducia nelle istituzioni, mentre la guerra tra Iran e Israele — con i suoi riflessi globali — ricorda quanto fragile sia l’equilibrio del mondo contemporaneo. In questo scenario la poesia di Concetta Buonocore appare quasi disarmante nella sua semplicità. Non propone soluzioni, non denuncia con toni accesi. Dice soltanto che l’Italia è bellissima — e che proprio per questo meriterebbe più amore. Il finale, quasi sconsolato, è forse il passaggio più duro: “Noi, sul, nuncià pùmm mai fà!” — noi da soli non riusciamo mai a farlo. È una frase che suona come autocritica collettiva. Non l’accusa a una classe dirigente, ma una domanda rivolta a tutti. In fondo, la piccola prosa poetica di una geologa della Costiera ci ricorda qualcosa che spesso dimentichiamo: l’Italia è un Paese che suscita meraviglia quasi ad ogni curva del suo territorio. Ma la meraviglia, da sola, non basta a costruire una nazione. Serve — come scrive Buonocore — qualcuno che le voglia davvero bene. E forse, più che qualcuno, dovremmo essere tutti.
di Giuseppe Di Giacomo

