Un brindisi, cori e una canzone dal forte valore simbolico hanno accompagnato le prime ore dello scrutinio referendario sulla giustizia nel capoluogo partenopeo. Secondo quanto riportato, una cinquantina di magistrati si sarebbe riunita nella saletta dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) all’interno del tribunale di Napoli, festeggiando i primi risultati che indicavano la vittoria del “No”. Durante l’incontro, alcuni dei presenti avrebbero intonato “Bella ciao”, brano storicamente legato alla Resistenza e spesso utilizzato in contesti di impegno civile e politico. Un gesto che, se da un lato è stato interpretato come espressione di soddisfazione personale, dall’altro ha immediatamente sollevato interrogativi sull’opportunità di simili manifestazioni in un ambiente istituzionale. Tra i partecipanti sarebbe stato segnalato anche il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, Aldo Policastro, che nei mesi precedenti si era esposto pubblicamente sostenendo le ragioni del “No” durante la campagna referendaria sulla giustizia. L’episodio ha rapidamente acceso il dibattito politico e istituzionale. Al centro delle polemiche, ancora una volta, il tema dell’imparzialità della magistratura e dei limiti entro cui i magistrati possano esprimere posizioni su questioni di rilevanza politica. Se da un lato viene rivendicato il diritto di opinione dei singoli, dall’altro si sottolinea la necessità di mantenere un comportamento che non comprometta la percezione di neutralità dell’ordine giudiziario. Il caso napoletano rischia così di diventare l’ennesimo terreno di scontro tra chi chiede una netta separazione tra magistratura e politica e chi, invece, difende la libertà di espressione anche all’interno delle toghe. Intanto, mentre lo scrutinio ha confermato l’esito referendario, le immagini e i racconti di quella serata continuano a far discutere, alimentando una riflessione più ampia sul ruolo pubblico dei magistrati nel dibattito democratico.
di Fausto Sacco

