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Napoli, energia e industria, l’allarme di Confindustria: “Così l’Europa rischia la deindustrializzazione”

In CAMPANIA, NAPOLI, POLITICA
Settembre 17, 2026
Orsini richiama Roma e Bruxelles: “La decarbonizzazione è necessaria, ma senza competitività l’industria non regge”. Nel mirino caro-energia, ETS, burocrazia e lentezze sulle rinnovabili.

Una “grande svegliata” a Roma e Bruxelles prima che il peso dei costi energetici e della regolamentazione europea finisca per compromettere la competitività del sistema manifatturiero. È il messaggio lanciato dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, dal palco dell’assemblea pubblica dell’Unione Industriali di Napoli.  Al centro della sua relazione c’è soprattutto il tema dell’energia. Secondo Orsini, l’Europa sta procedendo troppo lentamente rispetto a Stati Uniti, Cina e altre aree del mondo che continuano a investire con maggiore intensità. La transizione ecologica, nella sua impostazione, non è in discussione: il problema è il rischio che i suoi costi ricadano sull’industria europea senza un adeguato sostegno alla competitività.  “Va benissimo la decarbonizzazione – ha sottolineato Orsini – ma se non sappiamo essere competitivi, deindustrializzeremo l’Europa”.  Una delle richieste avanzate da Confindustria riguarda la costruzione di un vero mercato unico europeo dell’energia, accompagnato da una diversa distribuzione dei costi della transizione e da una maggiore rapidità nell’autorizzazione degli impianti da fonti rinnovabili. Sul fronte italiano, Orsini ha richiamato l’attenzione sulle numerose concessioni ancora non trasformate in investimenti concreti. Ancora più netto il giudizio sul sistema europeo ETS, il meccanismo che disciplina lo scambio delle quote di emissione. Il presidente di Confindustria lo ha definito “una schifezza”, ribadendo la posizione dell’associazione sull’esigenza di modificarne profondamente l’impatto sull’industria. Nel mirino soprattutto i settori energivori, dalla ceramica alla carta fino al vetro, per i quali l’aumento dei costi energetici e ambientali rappresenta una questione di competitività internazionale.  Il rischio indicato è quello della delocalizzazione produttiva: se produrre in Europa diventa strutturalmente più costoso rispetto ai concorrenti internazionali, gli investimenti potrebbero spostarsi altrove. Ma l’allarme di Confindustria non riguarda soltanto Bruxelles. Nel mirino c’è anche la macchina amministrativa italiana. La burocrazia, secondo le stime richiamate da Orsini, avrebbe un costo di circa 80 miliardi di euro e può trasformare l’apertura di un nuovo stabilimento in un percorso lungo anni.  Da qui la proposta di estendere a tutto il territorio nazionale il modello della ZES unica, indicato come esempio di semplificazione e accelerazione delle autorizzazioni. Proprio il Mezzogiorno rappresenta, nella lettura di Confindustria, uno dei segnali più interessanti. I dati citati sull’esperienza della ZES unica parlano di oltre 1.400 domande, circa 9 miliardi di euro di investimenti e 25mila posti di lavoro. Numeri che l’associazione degli industriali intende valorizzare anche nella prossima agenda economica. In vista della Legge di Bilancio, infatti, Confindustria chiede una strategia che superi la logica degli interventi temporanei. Gli investimenti industriali, è il ragionamento, richiedono stabilità, tempi lunghi e regole certe.  La sfida, dunque, non è soltanto energetica o ambientale. È una questione di politica industriale. L’obiettivo indicato da Confindustria è quello di evitare che la transizione si trasformi in un fattore di perdita di competitività e, al contrario, di costruire le condizioni perché industria, innovazione, sostenibilità e investimenti possano procedere insieme. Per Orsini, la vera partita si gioca sulla capacità di far viaggiare l’Italia e l’Europa alla stessa velocità dei grandi concorrenti internazionali. Una sfida che chiama in causa tanto Bruxelles quanto Roma e che, per il sistema produttivo italiano, non può più essere rinviata.

di Fausto Sacco