È polemica intorno all’uso del nome e dello storico scudo crociato della Democrazia Cristiana. Gli ultimi leader viventi del partito hanno lanciato un appello affinché i gruppi contemporanei che continuano a utilizzare simbolo e denominazione cessino immediatamente questa pratica. Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Gargani, Calogero Mannino, Ortensio Zecchino e Vito Bonsignore non hanno usato mezzi termini: “Chiediamo a quegli amici scappati di casa di smetterla di offendere la memoria del più grande partito che l’Italia repubblicana abbia avuto. Un’offesa resa ancora più indigesta dai risultati elettorali risibili – tra l’1 e il 2 per cento – e dalla totale assenza di vita democratica interna”. A rispondere all’appello è stato Gianfranco Rotondi, presidente della lista “DC con Rotondi” e deputato di Fratelli d’Italia, che ha dichiarato: “Condivido l’appello degli ultimi leader DC. Ho già smesso di usare l’acronimo assoluto ‘Democrazia Cristiana’, e il mio simbolo è il mio cognome. Anche in Campania la mia lista ha ottenuto pochi voti, equivalenti a quelli dello scudo crociato”. Rotondi ha aggiunto di essere disponibile a trovare una soluzione condivisa: “Per quanto mi riguarda, sono pronto a conferire nome e simbolo della Democrazia Cristiana a istituzioni come l’Istituto Sturzo o a una fondazione, preservandone la memoria e il valore storico”. La vicenda mette in luce il problema del diritto simbolico e morale legato a un partito che ha segnato la storia politica italiana per decenni, e il contrasto tra la volontà di preservarne la memoria e l’uso elettoralmente marginale del marchio da parte di nuove liste politiche.
di Marco Iandolo

